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Jürgen Graf intervistato da Radio Islam [1]

 

(Quella che segue è la trascrizione di una trasmissione di Radio Islam da Stoccolma del 16 Giugno 1996).[2]

 

Ahmed Rami: Benvenuto Jürgen Graf! 

Jürgen Graf: Grazie, Ahmed. Il mio nome è Jürgen Graf. Sono un cittadino svizzero. Ho 44 anni e parlo svedese. Conosco la Svezia e sono contento di essere tornato a Stoccolma dopo molti anni. 

Rami: Permettimi innanzitutto di domandarti: sei nato a Basilea? 

Graf:  Sì, sono nato a Basilea. 

R.: E i tuoi genitori? Sono svizzeri ma parlano tedesco. 

G.: Vivono ancora nella parte tedesca della Svizzera. 

R.: Ricordo ancora quando sono venuto a trovarti a Basilea. Mi hai portato insieme ai tuoi genitori in un ristorante. Abbiamo oltrepassato solo un ponte di quella stessa città e ci siamo ritrovati in Germania, mangiando in un ristorante tedesco. 

G.: Lo ricordo bene. Era nell’Agosto del 1993. E per andare in Germania dovevamo solo oltrepassare il ponte. 

R.: Come ci si sente a vivere così vicini alla Germania, in una città di confine? 

G.: Per noi è normale. Non è niente di speciale. 

R.: Ma, visto che parli tedesco, com’è che ti senti: più svizzero o più tedesco? 

G.: Quando la Svizzera incontra la Germania nelle partite di calcio sono un patriota svizzero. Per quanto riguarda la storia, mi sento più tedesco. 

R.: E i tuoi genitori, sono anch’essi di Basilea? 

G.: Mia madre è nata vicino a Basilea. Mio padre è nato in Germania. I suoi genitori erano immigrati, che si stabilirono in Germania per ragioni economiche. Ritornò in Svizzera pochi anni dopo la guerra. 

R. Quanti fratelli o sorelle hai? 

G.: Ho una sorella. 

R.: E’ più vecchia di te? 

G.: E’ più giovane di quattro anni. E’ un’insegnante come me. Insegna tedesco e francese a Basilea. 

R.: E i tuoi studi li hai compiuti a Basilea? 

G.: Sì, ma ho anche trascorso otto mesi nella Svezia del Sud. 

R.: Ci ritorneremo. Finora sto parlando dei tuoi anni scolastici. 

G.: Ho completato i miei studi all’Università di Basilea. Era il 1977. 

R.: Quando hai finito il liceo sei andato in qualche altra città? 

G.:  Ho studiato a Basilea ma ho trascorso un anno in Inghilterra, dove ho imparato l’Inglese. E dopo ho trascorso 8 mesi a Lund.  

R.: Quanti anni hai? 

G.: 44. 

R.: Quando ti sei interessato alla politica? A che età? 

G.: Ti rispondo così: mi sono sempre interessato di politica. Leggo i giornali. Ho letto una gran quantità di libri di politica. Ma sono diventato politicamente davvero consapevole solo nel 1988, quando sono tornato da Taiwan. Ho vissuto lì per cinque anni. 

R.: Hai vissuto a Taiwan per cinque anni? 

G.: Sì. 

R.: Questo significa che sai il cinese? 

G.: Lo parlo. 

R.: In quale città sei vissuto a Taiwan? 

G.: Nella capitale: a Taipei. 

R.: Ma quando hai iniziato a diventare politicamente consapevole – tu vivi in una città molto tedesca, vicina al confine tedesco, sei nato dopo la guerra – quando hai iniziato a diventare consapevole, come consideravi la tragedia della Germania, la sconfitta della Germania? 

G.: Poiché mio padre è nato in Germania, ho naturalmente molti parenti lì, che ho visitato spesso. Stavano istintivamente dalla parte della Germania. Mi sono rammaricato della sconfitta della Germania nella seconda guerra mondiale. Ma allo stesso tempo mi dispiaceva per l’Olocausto, che consideravo la peggiore tragedia europea di questo secolo. Direi che i miei sentimenti erano divisi. 

R.: A quelli tra i nostri ascoltatori che non conoscono la Svizzera, diremo che in quel paese vi sono molte lingue ed etnie. Vi si parla tedesco, francese e italiano. Ora, relativamente a questa questione della seconda guerra mondiale, gli svizzeri di lingua francese hanno la stessa posizione di quelli di lingua tedesca, oppure no? 

G.: Direi che l’antigermanesimo, l’ostilità verso i tedeschi, era molto più pronunciata nella parte del mio paese di lingua tedesca che nella parte francese. Forse perché la Svizzera tedesca è un po’ gelosa. Hanno un certo complesso verso i tedeschi che gli svizzeri di lingua francese non hanno. 

R.: In cosa consiste questo complesso? 

G.: Forse direi che i tedeschi parlano bene. Gli svizzeri, quando parlano l’alto tedesco, il tedesco ufficiale, hanno un accento pesante e non riescono a esprimersi facilmente. Ed è possibile che questo abbia provocato un complesso. Non so. 

R.: E’ una sorta di complesso di inferiorità? 

G.: Si potrebbe definire così. Un complesso di inferiorità. 

R.: Questo atteggiamento politico verso la tragedia tedesca, riguarda divisioni etniche, o non ha niente a che fare con la lingua? 

G.: So che durante la prima guerra mondiale la maggior parte degli svizzeri di lingua tedesca erano filo-tedeschi. Nella parte francese la maggior parte erano filo-francesi. E questo provocò tensioni fra i due gruppi. Mentre oggi non vi sono più queste tensioni. 

R.: Hai detto che hai imparato lo svedese. Ora lo stai parlando. I nostri ascoltatori probabilmente sono curiosi di sapere come lo hai imparato. 

G.: Permettetemi prima di parlare della mia “esperienza di Damasco”. Accadde nel 1970. 

R.: Sei stato a Damasco, in Siria? 

G.: No, era un’allusione alla Bibbia.[3] Nel 1970 vidi un film di Ingmar Bergman che mi fece una grande impressione. Era Il Settimo Sigillo. Ho visto quel film almeno cinque volte. Non mi piaceva solo il film, in sé stesso, ma anche la lingua stupenda, melodica. Così decisi di imparare lo svedese. E dopo un anno iniziai a studiare lingue scandinave all’Università. Soprattutto svedese, ma anche danese, l’antico islandese… 

R.: E ricevesti una borsa di studio? 

G.: Sì, tre anni dopo ne ricevetti una dal governo svedese per studiare letterature scandinave nella Svezia del Sud, a Lund. Avevo letto davvero molte cose in svedese. Tra i miei autori preferiti vi sono Hjalmar Söderberg, Harry Martinsson e anche Strindberg.[4] Durante questi ultimi anni, però, non ho avuto abbastanza tempo di ampliare le mie conoscenze in quest’ambito. E i soli libri in svedese che ho letto sono i tuoi, Ahmed. Alcuni ne ho tradotti in parte nella mia lingua natale. 

R.: Ritorneremo sulla tua traduzione dei miei libri. Vorrei chiederti: quanto tempo sei stato a Lund? 

G.: Sono stato a Lund per otto mesi, tra il Settembre del ’73 e l’Aprile del ’74. 

R.: E prima di allora, hai studiato svedese a Basilea? 

G.: Ho studiato svedese per due anni a Basilea. 

R.: A scuola? 

G.: C’erano corsi all’Università, che seguii. 

R.: Per molte ore la settimana? 

G.: Per una o due ore la settimana. 

R.: E quando sei venuto a Lund, ti sei dedicato agli studi letterari o hai continuato a imparare lo svedese? 

G.: Mi sono dedicato alla letteratura. La mia conoscenza all’epoca era già sufficiente. 

R.: Dove vivevi a Lund? 

G.: Vivevo in un dormitorio per studenti. 

R.: E prima di venire in Svezia, che immagine avevi della Svezia? Negativa o positiva? Che idea avevi della Svezia? 

G.: La mia opinione del paese e del suo popolo era naturalmente positiva. Altrimenti non avrei studiato la lingua. Ero anche curioso di come il sistema sociale funzionasse nella pratica. E nonostante qualche eccesso considero ancora il sistema sociale svedese in modo piuttosto positivo. Qui la giustizia sociale è stata realizzata a un livello superiore della maggior parte degli altri paesi europei. Devo dire che gli otto mesi che ho trascorso in Svezia non furono particolarmente eccitanti. Ma fu un bel periodo. 

R.: E che ne dici degli svedesi come esseri umani? 

G.: Mi piacciono. Non ho mai avuto esperienze negative con uno svedese. 

R.: Come descriveresti lo svedese tipico? 

G.: Direi che lo svedese è diligente, onesto, sincero, forse un po’ ingenuo. Ma questa non è una critica. E’ davvero un complimento. Sono seri, forse un po’ troppo seri. E’ una caratteristica che hanno in comune con gli svizzeri. Anche noi abbiamo gli stessi difetti. Svizzeri e svedesi hanno molte caratteristiche in comune. 

R.: E la letteratura svedese? Come trovi che sia rispetto a quella di altri paesi? 

G.: Penso che la letteratura svedese sia una delle più interessanti d’Europa. Ho letto molto e mi dispiace di non avere più tempo a sufficienza per approfondirne la conoscenza. Ma forse lo farò quando sarò più vecchio e libero da altre incombenze. 

R.: Quando sei tornato dai tuoi otto mesi in Svezia, cosa hai fatto in Svizzera? 

G.: Ho ultimato i miei studi. Era il 1977. Dopo ho lavorato come insegnante in una scuola in Svizzera. Insegnavo lingue straniere, soprattutto francese ma anche inglese e latino.  

R.: Veniamo alle lingue. Quante lingue parli? 

G.: Parlo tedesco, inglese, francese, italiano, spagnolo, olandese, russo, greco, e svedese. Parlo abbastanza scorrevolmente cinese, danese, portoghese e rumeno. Non ho avuto la possibilità di parlare queste lingue negli ultimi anni. Poi parlo anche un po’ di indonesiano e di tailandese. E ho iniziato a imparare il polacco.  

R.: Usi una tecnica o un metodo particolare per imparare tutte queste lingue? 

G.: Leggo molto e cerco di usare le lingue che ho imparato senza sentirmi timido o timoroso di commettere errori. 

R.: Crescere in Svizzera, dove vengono parlate tre lingue, è stato un vantaggio per te? 

G.: No. E’ un equivoco comune da parte di chi non è svizzero. Nella parte tedesca usiamo il nostro dialetto tedesco. A scuola impariamo alto tedesco, francese e italiano, lingue che per noi sono interamente straniere. E’ un pregiudizio, alquanto comune, che gli svizzeri parlino tre lingue perfettamente.[5] La maggior parte dei cittadini nella parte occidentale della Svizzera non parla il tedesco. Hanno imparato la lingua a scuola ma non la parlano fluentemente. Quando vanno a Basilea o a Zurigo e cercano di parlare tedesco ricevono le risposte in tedesco svizzero, che è un dialetto. 

R.: Quanti anni hai lavorato come insegnante? 

G.: Inizialmente per cinque anni. Poi nel 1982 decisi di andare in Asia e abbandonai la mia carriera di insegnante. Ho passato sei anni lì, nell’Asia orientale.[6] Sono tornato in Svizzera nel 1988. Dopo qualche esperienza di altro tipo ho ricominciato a lavorare come insegnante nel 1990.  

R.: Ora, visto che ti conosco, visto che sei mio amico e abbiamo visitato Basilea insieme, vorrei chiederti di una certa cosa. C’è stata una sorta di terremoto, una specie di rivoluzione nella tua vita, che ti ha portato a perdere il lavoro. Vorrei che descrivessi brevemente questa rivoluzione che ha scosso la tua vita. 

G.: Me ne ricordo molto bene, naturalmente. E’ successo nell’Aprile del 1991, quando sono andato a trovare Arthur Vogt, che ora è mio amico. E’ un vecchio signore che per molti anni è stato il solo revisionista della Svizzera. Allora naturalmente credevo nell’Olocausto. Anche se pensavo che i sei milioni fossero una cifra un po’ esagerata, tutto sommato credevo nella versione ufficiale della storia. E poi ho scoperto…  

R.: Che anno era? 

G.: Era il ’91. E allora quando ho scoperto che in tutta la mia vita mi era stato mentito, sono rimasto molto turbato. Hai ragione quando descrivi questa cosa come un terremoto nella mia vita personale. Ha cambiato tutta la mia vita. Da quella volta ho cominciato a vedere la società in cui vivevo sotto una luce totalmente differente. 

R.: Ma nonostante ciò hai continuato a insegnare? 

G.: Ho continuato per due anni, scrivendo nel frattempo il mio primo libro sull’Olocausto. Ma senza farlo sapere agli studenti e ai miei colleghi. 

R.: Così hai iniziato a scrivere il tuo libro in segreto? 

G.: Sì, in segreto. Avevo già lavorato con Faurisson e alcuni dei revisionisti più importanti del mondo occidentale. Ma, a parte qualche eccezione, non l’ho fatto sapere ai miei colleghi. 

R.: E lo hai scritto in tedesco? 

G.: Sì, naturalmente. 

R.: Quando hai pubblicato il tuo primo libro in tedesco? 

G.: Permettimi prima di dire qualche parola sul libro. Dopo aver letto le opere più importanti del revisionismo storico, ho scoperto che c’erano libri eccellenti su degli aspetti particolari del cosiddetto Olocausto, ma che non c’erano opere di sintesi che presentassero i nostri argomenti in modo chiaro. Così ho deciso di scrivere io una sintesi. Poi ho mandato il manoscritto a Faurisson, che lo ha corretto, perché allora non padroneggiavo ancora la materia. Poi, alla fine del 1992, ci siamo resi conto che il libro era troppo lungo, così ne ho scritto una versione abbreviata, chiamata L’Olocausto allo scanner.[7] La versione più lunga, La truffa dell’Olocausto, è stata pubblicata qualche mese dopo.[8] 

R.: Così hai pubblicato due libri in tedesco? 

G.: Il primo libro nel Marzo del 1993 e il secondo nel Luglio dello stesso anno. Una versione più lunga e una condensata. Ma sono lo stesso libro.  

R.: Lo hai pubblicato con un editore normale o in proprio? 

G.: Ho fondato la casa editrice insieme al mio sponsor, Arthur Vogt, che è stato anche il finanziatore. 

R.: E quale è stata la reazione ai tuoi libri? 

G.: Prima di pubblicare il mio primo libro ho informato il preside della scuola in cui lavoravo. Mi ha detto che in Svizzera c’è la libertà di parola e che la cosa non avrebbe causato alcun problema. Ma qualche giorno dopo sono stato licenziato. Non dalla scuola, ma dall’amministrazione locale, che ha deciso subito di licenziarmi. Ho fatto appello, ma senza successo. 

R.: Come è stato motivato ufficialmente il tuo licenziamento? 

G.: Avevo mostrato disprezzo per la tragedia del popolo ebreo. 

R.: Diceva così, letteralmente? 

G.: Sì, “disprezzo per la tragedia del popolo ebreo”. I miei argomenti ovviamente non sono stati trattati, perché non ne erano capaci. 

R.: Se capisco bene, questo significa che la giustizia svizzera e l’amministrazione non possono difendere il tuo diritto al lavoro, e cioè che tu dovresti poter mantenere l’impiego a prescindere dalle tue opinioni? Ti sei appellato alle autorità che dovrebbero difendere la libertà di parola e loro hanno preso questa decisione? 

G.: Nel loro verdetto hanno scritto che non potevano più fidarsi di me e che la collaborazione non era più possibile. 

R.: Ci sono state pressioni, o c’era la sensazione che era successo qualcosa? Come è successo? Qualcuno ha chiamato le autorità? 

G.: Non credo, perché all’epoca il libro non era ancora stato pubblicato ufficialmente. E non vi sono state pressioni, per esempio, da gruppi ebraici perché gli ebrei non sapevano del mio gruppo. Sono convinto che le autorità, agendo in tal modo, volevano evitare problemi. 

R.: Problemi con chi? 

G.: Con i media e con gli ebrei. 

R.: E così hanno deciso di agire per conto loro, perché sapevano quello che li aspettava? 

G.: Naturalmente non è stato il primo caso, in Svizzera. Forse conosci il caso di Mariette Paschoud.  

R.: Potresti parlare brevemente di questi casi, di cosa è successo a queste persone? Poi torniamo a te. 

G.: All’epoca ci furono due casi di questo tipo. Il primo è stato il caso di Mariette Paschoud nel 1986, quando un’insegnante della parte francese della Svizzera venne licenziata perché aveva difeso il libro di Henry Roques sull’affare Gerstein. 

R.: Henry Roques è un revisionista che vive in Francia, giusto? 

G.: E’ giusto, sì. E questo provocò uno scandalo enorme. Non stavo in Svizzera all’epoca. Stavo in Tailandia. Ma quando tornai sentii parlare dello scandalo di Mariette Paschoud.  

R.: Che lavoro faceva Mariette Paschoud? 

G.: Insegnava francese e storia a Losanna. 

R.: Così venne licenziata? 

G.: Venne licenziata. 

R.: E cosa fa oggi? 

G.: Fa l’autista. Di taxi. 

R.: Che idee politiche ha, Mariette Paschoud? 

G.: E’ di destra ma non è certo un’estremista. E’ molto religiosa. 

R.: E tu, che posizione politica avevi all’inizio? 

G.: Mi definirei un liberale. 

R.: E qual è stato l’altro caso? 

G.: L’altro è stato il caso di Bernard Schaub. Anche Bernard Schaub era un insegnante, che insegnava tedesco e storia alla scuola Rudolf Steiner, nella Svizzera orientale. Nel 1993 ha pubblicato un libro di storia della Germania, dove l’Olocausto veniva discusso solo in tre o quattro pagine. Nel libro ha citato il Rapporto Leuchter. Ha scritto anche che Rudolf Höss era stato torturato. E questo è stato decisivo per il suo destino. E’ stato licenziato qualche mese dopo, quando gli ebrei si sono lamentati del libro. Così, quando ho pubblicato il mio primo libro conoscevo già l’affare Schaub e sapevo che anch’io sarei stato licenziato. 

R.: E gli altri casi? C’è qualche altro caso?Mi ricordo di una volta quando Faurisson mi è venuto a trovare e ha fatto una conferenza. 

G.: Vi sono molti altri casi ma non riguardano insegnanti. Un mio amico chiamato G. B. era il capo di un’associazione politica e culturale chiamata l’Associazione Avalon. Nel Luglio del 1993 hanno invitato Faurisson a parlare a Berna. Mi trovavo lì come interprete. Quando il direttore della compagnia dove G. B. lavorava ha scoperto che aveva organizzato l’incontro lo ha licenziato. Ma in questo caso vi sono state delle pressioni. Il direttore ha ricevuto delle lettere anonime che minacciavano lui e la sua compagnia. 

R.: Chi ha spedito queste lettere? 

G.: Non lo so. 

R.: Che lavoro faceva G. B.? 

G.: Era un rappresentante della compagnia. 

R.: Chi è Ahmed Huber? 

G.: Ahmed Huber è un giornalista molto conosciuto che ha lavorato per vari giornali. Per molti anni è stato membro del Partito Socialdemocratico. E’ musulmano. Si è convertito all’Islam molti anni fa. 

R.: Si è convertito all’Islam? 

G.: Si convertì all’Islam già negli anni ’60.  

R.: Ho sentito che in seguito venne escluso dal Partito Socialdemocratico perché era revisionista. 

G.: Ma prima venne licenziato dal suo lavoro di giornalista. La ragione era che aveva difeso Khomeini contro Salman Rushdie. Così perse il lavoro. Poi venne escluso dal Partito Socialdemocratico, non per il suo sostegno a Khomeini, ma per le sue idee revisioniste. Questi casi mostrano che anche senza la cosiddetta legislazione antirazzista il governo, in Svizzera, può far licenziare persone scomode e sopprimere opinioni imbarazzanti. Non hanno bisogno di nessuna legge per farlo. 

R.: Ma adesso ho sentito che sono state approvate anche delle leggi. Così la storia è stata sottoposta a legislazione? 

G.: La cosiddetta legge antirazzista è entrata in vigore nel Gennaio del 1995. Questa legge minaccia reati non meglio definiti, come agitazione razziale, discriminazione razziale, falsificazione della storia, negazione di genocidio, e così via, con condanne fino a tre anni di prigione. Ma finora questa legge è stata usata solo due volte, e in casi insignificanti.  

R.: Quali casi? 

G.: Si trattava di due politici svizzeri che avevano parlato di “Turisti Tamil”. Sono stati condannati a pagare delle multe. 

R.: Così non potete chiamare i Tamil “turisti”. 

G.: Sì, è stato considerato razzista. Ma sono naturalmente casi banali. Sono convinto che la legge è diretta innanzitutto contro il revisionismo storico. Finora non c’è stato nessun processo contro i revisionisti. Forse ci sarà il prossimo autunno. Ma ancora non lo so. 

R.: Ma cosa ha a che fare il revisionismo con il razzismo? Perché la legge che hai nominato è diretta contro il razzismo. 

G.: Non lo so. Non posso capire che cosa la ricerca storica obbiettiva su Auschwitz, per esempio, abbia a che fare con il razzismo. Ma non possono dire apertamente che la legge è diretta principalmente contro i revisionisti. Perciò hanno camuffato la legge, per far credere alla gente che è una legge che punisce il razzismo, l’odio razziale e così via. Ma in realtà è innanzitutto una legge contro il revisionismo.  

R.: Ma per quanto ne so non vi  sono così tanti ebrei in Svizzera. Perché questa giudaizzazione dell’opinione pubblica? E’ forte. 

G.: Ufficialmente vi sono solo 20.000 ebrei in Svizzera. Il numero effettivo è certamente più alto. Ma non è solo una questione di numeri. E’ una questione di influenza, che in Svizzera è molto forte.  

R.: Perché è così forte? 

G.: Per il controllo dei media. Non direi che tutta la stampa è controllata dagli ebrei, ma i giornali più importanti sono di proprietà di Ringier. Questo Ringier non è ebreo, ma è sposato con un’ebrea. E poi, la maggior parte dei redattori-capo dei più importanti giornali svizzeri sono ebrei. In questo modo possono influenzare facilmente l’opinione pubblica.  

R.: Ho sentito recentemente di una grande campagna internazionale intrapresa contro la Svizzera per ricevere denaro dalle banche svizzere. Cosa c’è dietro questa campagna? 

G.: Non conosco i dettagli perché non ho il tempo di leggere i giornali. Ma gli ebrei dicono che ci sono almeno 7 miliardi…[9]  

R.: Lo dice il Congresso Mondiale Ebraico? 

G.: Sì, esattamente. Dicono che questo denaro appartiene agli ebrei che sono morti nel cosiddetto Olocausto. E dicono che ci sono 7 miliardi o anche di più. E finora gli svizzeri hanno parlato solo di 26 milioni.  

R.: Ma la Svizzera ha deciso di pagare, le banche svizzere hanno deciso di pagare? 

G.: Stanno ancora parlando con i rappresentanti del Congresso Mondiale Ebraico. Non so quali risultati hanno raggiunto, ma sono quasi sicuro che si arrenderanno all’estorsione. 

R.: Uno scrittore svedese ha scritto una volta sul giornale Dagens Nyheter “Vi saranno interessi sui sensi di colpa”. 

G.: Ha detto bene. E credo che i 7 miliardi di cui stanno parlando non sia la questione più importante. Per loro la cosa più importante è creare dei sensi di colpa tra gli Svizzeri. Non abbiamo fatto nulla per salvare gli ebrei durante la seconda guerra mondiale e perciò siamo colpevoli. 

R.: Ma ritorniamo a noi. Quando hai pubblicato i tuoi libri sei stato licenziato e sei diventato disoccupato. 

G.: All’inizio sono rimasto senza lavoro per due mesi. Poi sono entrato in contatto con il mio futuro editore.[10] E’ proprietario di una casa editrice. E mi ha chiesto di scrivere un libro sulle testimonianze oculari ebraiche dell’Olocausto. Abbiamo deciso di concentrarci su Auschwitz. Ho quindi lavorato per lui 8 mesi, scrivendo il libro fra il 1993 e il 1994.  

R.: E’ un libro lungo? 

G.: E’ un libro lungo. E’ il mio terzo libro.[11] E’ sicuramente il più noioso di tutti, ma è il solo davvero scientifico nel senso stretto del termine. 

R.: Il primo libro era un’introduzione all’Olocausto. 

G.: Una breve introduzione, sì. Il secondo libro era un’introduzione più completa. Il terzo libro tratta un aspetto particolare della questione, quello delle testimonianze. 

R.: Potresti descrivere brevemente il contenuto di questo terzo libro? 

G.: Prima di tutto vorrei dire perché la questione è così importante. Poche persone sanno che tutta la storia dell’Olocausto è basata esclusivamente sulle testimonianze oculari. Questo perché non esistono documenti tedeschi che provino la gasazione neppure di un solo ebreo. Così tutta la storia si fonda semplicemente sulle testimonianze. E abbiamo pensato che fosse una buona idea quella di raccogliere le testimonianze più importanti e di analizzarle. Così ho iniziato a raccogliere le testimonianze. Sono andato a trovare Faurisson. Sono andato a trovare Mattogno, che oggi è lo specialista più importante al mondo della materia. 

R.: Di dov’è? 

G.: Mattogno è italiano. Vive vicino Roma. La parte più difficile del libro non è stata quella di scriverlo, ma di raccogliere le fonti. Molte testimonianze possono essere trovate in libri normalmente disponibili. Ma non tutte. Qualche volta bisogna cercare documenti che non sono facili da trovare. 

R.: Nei tuoi primi libri fornivi un’introduzione, ma ora sei andato in profondità e hai affrontato le fondamenta della storiografia odierna. 

G.: Sì, è straordinario che nessun’altro lo abbia fatto prima di me. Perché le testimonianze sono importantissime. Sono le fondamenta dell’intera storia dell’Olocausto. 

R.: Ora veniamo ad una domanda molto importante. Tu, che hai studiato e approfondito queste cose, credi che sia stata detta l’ultima parola sull’Olocausto, sulla storia della seconda guerra mondiale?O, in altre parole, credi che siano state fatte tutte le ricerche, che tutto sia stato esaminato e che nessuno abbia il diritto di studiare la materia e di raggiungere risultati differenti? 

G.: Nella scienza l’ultima parola non viene mai detta. Riguardo al cosiddetto Olocausto, direi che la parte negativa della ricerca è quasi finita. Questo significa che sappiamo esattamente quello che non è accaduto agli ebrei nella seconda guerra mondiale. Possiamo provare che il massiccio sterminio nei cosiddetti campi di sterminio non ha avuto luogo. Ma non sappiamo esattamente quello che è loro accaduto. 

R.: Come parentesi vorrei dire qualcosa a quelli tra i nostri ascoltatori che non conoscono l’argomento, di cui hai letto e scritto così tanto. Dobbiamo semplificare per i nostri ascoltatori. Solo come introduzione alla storiografia attualmente accettata della seconda guerra mondiale, menzionerò i suoi dogmi principali: 

  1. Hitler aveva un piano per sterminare tutti gli ebrei d’Europa.
  2. Hitler ha sterminato 6 milioni di ebrei.
  3. L’arma del delitto è quella delle camere a gas.

Questi sono i tre pilastri principali di questa storiografia, la versione propagandistica ufficiale della storia. Ora secondo i tuoi studi, riguardo al piano, potresti dirci prima di tutto se c’era un piano? 

G.: No, non c’è mai stato un piano. Se fosse esistito un tale piano non vi sarebbero così tanti ebrei sopravvissuti. Secondo Nahum Goldmann, ex presidente del Congresso Mondiale Ebraico, c’erano 600.000 ebrei sopravvissuti alla fine della guerra. Devi anche considerare che in alcuni dei paesi occupati dalla Germania, venne internata solo una piccola parte degli ebrei. In Francia solo il 20% e in Italia anche meno. Ma se Hitler avesse voluto davvero sterminare gli ebrei, tutti avrebbero dovuto essere deportati e tutti sarebbero morti nei campi. 

R.: Il secondo pilastro: sono stati sterminati 6 milioni di ebrei? 

G.: Questa cifra è ovviamente assurda, poiché gli ebrei che vivevano nei territori controllati da Hitler non ammontavano a 6 milioni. La migliore opera a questo riguardo è il libro di Walter Sanning The Dissolution of the European Jewry [La dissoluzione dell’ebraismo europeo].[12] C’erano forse tre o quattro milioni di ebrei controllati da Hitler, poiché gran parte di essi era fuggita in Unione Sovietica e in altri paesi. Tra gli ebrei che rimasero nei territori controllati dai tedeschi la grande maggioranza sopravvisse alla guerra. Non sappiamo esattamente quanti ebrei sono morti a causa della persecuzione, ma la mia valutazione è che si tratti di circa mezzo milione. Ma non posso fornire una cifra esatta. E’ impossibile. 

R.: Così secondo te, secondo le tue stime, hai tratto una conclusione, e la tua conclusione è che non più di 500.000 ebrei possono essere morti durante la seconda guerra mondiale. 

G.: Non molti più di 500.000. La versione dell’ordine mondiale ebraico della storia della seconda guerra mondiale sostiene che i tedeschi usarono le camere a gas per uccidere gli ebrei imprigionati. Non penso che oggi vi sia un solo storico pronto a difendere la teoria che le camere a gas sono esistite in un dibattito aperto con un revisionista. Perché l’intera storia è così assurda. Non esiste una sola prova che la sostenga, e d’altro canto i revisionisti hanno fatto notare che le presunte gasazioni erano tecnicamente impossibili, e che perciò non posson aver avuto luogo. Scientificamente parlando, l’intera teoria delle camere a gas è morta. 

R.: Apriamo un’altra parentesi. Parlando delle camere a gas, noi di Radio Islam abbiamo intervistato non più tardi di una settimana fa Germar Rudolf, che è uno specialista, un chimico e un tecnico che ha studiato la storia delle camere a gas in modo approfondito. E lui ha raggiunto la conclusione che le camere a gas sono solo un mito, una mistificazione. Le camere a gas non sono mai esistite.[13]Quelle che oggi vengono mostrate come camere a gas sono costruzioni senza base scientifica. Non possono essere esistite. Come dice David Irving, la chimica non può mentire. Ma gli storici possono distinguere la storia dalla propaganda.  

G.: Inoltre, i testimoni possono mentire. I cosiddetti testimoni sono capaci di mentire. 

R.: Hai menzionato uno scrittore italiano chiamato Mattogno. Puoi spiegare che cosa ha fatto? 

G.: Mattogno è impegnato nello studio del cosiddetto Olocausto da più di 15 anni. E’ forse il primo specialista di questa materia a livello mondiale. La sua opera più importante riguarda i crematori di Auschwitz. Vi sono persone che confondono le camere a gas con i crematori. A differenza delle camere a gas, i crematori sono esistiti davvero. Nessuno lo contesta. Mattogno ha esaminato quanti cadaveri potevano teoricamente essere cremati nei forni di Auschwitz. Ha lavorato a questo studio per sette anni e ha collaborato con tre o quattro ingegneri. E ha raggiunto una conclusione.[14]  

R.: Vorrei osservare a beneficio dei nostri ascoltatori che vi sono forni crematori anche oggi, in ogni città della Svezia, come mezzo di eliminazione dei cadaveri. Ma all’epoca di Hitler, durante la seconda guerra mondiale, i forni crematori venivano utilizzati soprattutto per ragioni sanitarie, perché c’erano così tante epidemie. Se i corpi infettati dal tifo o dal colera fossero stati seppelliti nel terreno l’acqua freatica sarebbe rimasta contaminata e altre persone sarebbero state infettate. Perciò i corpi vennero bruciati nei forni crematori.  

G.: Vorrei aggiungere che il tasso di mortalità era molto alto ad Auschwitz a causa del tifo. Vi furono non meno di 13 epidemie di tifo durante la storia del campo. E per fermare queste epidemie i tedeschi costruirono i forni crematori ad Auschwitz. In collaborazione con gli ingegneri Mattogno ha calcolato quanti cadaveri avrebbero potuto essere bruciati in tutti i crematori. E ha raggiunto la conclusione che la cifra teorica massima è di 160.000 corpi. Non un milione o 4 milioni, come i cosiddetti storici hanno affermato. 

R.: In altre parole, questa ricerca è stata fatta per vedere se le cifre erano davvero corrette. Ed è stato scoperto che le cifre conclamate non erano corrette. Vi sono dei limiti a quanti corpi possono essere bruciati in un forno crematorio in un certo periodo di tempo. 

G.: E’ esatto, ma d’altra canto dobbiamo analizzare quello che dicono i documenti. Secondo i documenti sono morte ad Auschwitz circa 160.000 persone, che corrisponde alla capacità massima dei crematori. Così abbiamo raggiunto la stessa conclusione utilizzando due metodi differenti. 

R.: Ma ora, poiché da parte tua hai esaminato i testimoni, parliamo delle testimonianze. Non sono veri testimoni come in un processo. Una gran parte di ciò è letteratura, romanzi, libere fantasie e propaganda. Quando parliamo dei testimoni parliamo soprattutto di letteratura. Non è che la letteratura è stata trasformata in testimonianza? 

G.: Ho analizzato le dichiarazioni dei testimoni molto attentamente, e devo dire che nella maggior parte dei casi ripetono solo quello che hanno letto o sentito da altri. 

R.: Ma potresti darci qualche esempio di testimonianze? 

G.: Potrei citarne molte, ma devo limitarmi a pochi casi particolarmente spettacolari. Permettetemi di citare innanzitutto Moshe Peer. Era un ebreo canadese che affermò durante un convegno pochi anni fa che era stato gasato non meno di sei volte. E ogni volta era stato il solo sopravvissuto della gasazione.[15] Un altro esempio è Elie Wiesel che, in un libro del 1958, scrisse sullo sterminio di Auschwitz. Nella versione francese di questo libro, il cui titolo è La Nuit, non nomina mai le camere a gas neppure una volta. Dice che gli ebrei venivano sterminati in fosse di cremazione. Ancora un altro esempio è il famigerato dr. Nyiszli, che afferma che i tedeschi ad Auschwitz uccisero 26.000 ebrei al giorno tra il 1940 e il 1944, il che significa un totale di 40 milioni.[16] Forse dovrei citare anche il non meno famoso Kurt Gerstein. Parla di 700 o 800 ebrei rinserrati in una camera a gas di 25 metri quadrati.[17] Tutte le testimonianze che ho letto e analizzato contengono tali assurdità. Il loro valore probatorio è zero. 

R.: Ho anche saputo che quando queste false testimonianze vengono tradotte la traduzione stessa viene falsificata. Puoi fornirci qualche esempio? 

G.: Sì, posso un caso particolarmente illuminante: il famoso libro di Elie Wiesel, La Nuit, che è stato tradotto in tedesco. Io stesso ho confrontato la traduzione tedesca con l’originale francese. Nella versione francese le camere a gas non vengono nominate, ma compaiono nella traduzione. In ogni punto del testo francese dove compare la parola “crematorio”, la versione tedesca ha “camera a gas”. E in questo modo il contenuto del libro è stato falsificato.[18] 

R.: Come lo sai? 

G.: Ho letto entrambe le edizioni, francese e tedesca. La falsificazione è evidente. 

R.: Hai preso nota delle pagine e dei passaggi che sono stati falsificati? 

G.: L’ho fatto in qualche caso. Inoltre, una conoscente di Robert Faurisson ha letto il libro anche nelle traduzioni spagnola, italiana e inglese, confrontandole con l’originale.  

R.: E anch’esse sono state falsificate? 

G.: No, le edizioni inglese, spagnola e italiana sono esatte. Solo la versione tedesca è stata falsificata. 

R.: Così vuoi dire che che nelle altre traduzioni vengono nominati solo i forni crematori. Cose normali che esistono anche oggi qui in Svezia. Ma nella traduzione tedesca, i lettori sono portati a credere che esistettero le camere a gas nei campi di concentramento tedeschi durante la seconda guerra mondiale? 

G.: Esattamente. 

R.: In quali lingue il tuo primo libro in tedesco è stato tradotto? 

G.: Il primo libro è stato tradotto in molte lingue. La traduzione francese è stata fatta da Mariette Paschoud. E’ diventato un grande successo. Il libro è stato tradotto anche in olandese, bulgaro e arabo, ma non ancora in inglese.

R.: Hai scritto un altro libro? 

G.: Questo è il mio quarto e ultimo libro sulla questione dell’Olocausto. Ma solo la prima metà del libro tratta di questo argomento. La seconda parte riguarda altre questioni delicate. Il libro ha la forma di un dibattito immaginario tra un gruppo di studenti liceali e il loro insegnante. E’ in tedesco ed è intitolato: Causa di morte: ricerca di storia contemporanea.[19] 

R.: Stai preparando qualche nuovo libro? 

G.: Per quanto riguarda l’Olocausto, scriverò solo un altro libro, insieme a Mattogno. Sarà un’opera puramente scientifica sul campo di concentramento di Majdanek in Polonia.[20] La ragione di questo libro è che non esistono opere serie su questo campo. Stiamo preparando un viaggio in Polonia previsto per il prossimo Settembre o Ottobre. Dopo di ciò penso che il mio contributo al revisionismo sia ultimato. Mi piacerebbe dedicarmi ad altre questioni. 

R.: Qualche mese fa sei andato in Russia. Cosa hai fatto lì? 

G.: Sono stato in Russia molte volte. In Luglio, Agosto e nell’inverno del ’95 ho trascorso in tutto due mesi negli archivi russi insieme a Carlo Mattogno. La Russia ora è particolarmente interessante poiché è stato dato libero accesso agli archivi ai ricercatori occidentali. Abbiamo esaminato i documenti su Auschwitz. Vi sono non meno di 80.000 o 90.000 documenti tedeschi originali di grande importanza per il ricercatore. Finora sono stati assai pochi quelli che si sono presi il disturbo di andare lì e di esaminare i documenti.[21]


 


[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo in inglese è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/viewpoints/vprigraf.html

[2] Poiché questa è la trascrizione di un’intervista radiofonica, quasi ogni frase inizia con la congiunzione “e” (och, in originale). Semplicemente per rendere il testo più leggibile molte di queste “e” sono state eliminate nella traduzione. Poiché né l’intervistatore né l’intervistato sono svedesi, il testo originale contiene un certo numero di passaggi che sono difficili da interpretare, a causa di errori grammaticali ecc. Il traduttore ha scelto di correggere questi passaggi poco chiari, come pure qualche inevitabile incidente linguistico, invece di tradurli in inglese. Questa, e tutte le altre note a piè di pagina sono di Thomas Kues.

[3] Si tratta della conversione di S. Paolo al cristianesimo, narrata negli Atti degli Apostoli, cap. 9.

[4] Hjalmar Söderberg (1869-1941). Romanziere, drammaturgo, poeta. Harry Martinsson (1904-1978). Romanziere e poeta. Nel 1974 ha ricevuto il Nobel. August Strindberg (1849-1912). Romanziere, saggista, drammaturgo e pittore.

[5] Vi sono in realtà quattro lingue ufficiali in Svizzera: la quarta è il romancio, una lingua di derivazione latina parlata da meno dell’1% della popolazione.

[6] Secondo la trascrizione originale in svedese, Graf dice västra Asien, Asia occidentale, ma si tratta ovviamente di un errore, poiché Graf ha vissuto a Taiwan. Molto probabilmente è un errore dell’estensore della trascrizione originale (dovuto alla somiglianza fonetica), e ho perciò emendato il testo.

[7] Der Holocaust auf dem Prüfstand, Gideon Burg Verlag, Basilea, 1993.

[8] Questo libro, la cui versione originale è intitolata Der Holocaust-Schwindel, Gideon Burg Verlag, Basilea, 1993, non è mai stata tradotta. Tuttavia, qualche anno dopo, Graf ne scrisse una versione aggiornata intitolata Die Argumente, che venne pubblicata nel 1997. Una traduzione intitolata Holocaust or Hoax? The Arguments [Olocausto o mistificazione? Gli argomenti], venne pubblicata dalla casa editrice Historical Review Press nel 1997. 

[9] Anche se non lo dicono, sembra chiaro che Rami e Graf stanno parlando di franchi svizzeri.

[10] Gerhard Förster.

[11] Jürgen Graf, Auschwitz: Tätergeständnisse und Augenzeugen des Holocaust, Neue Visionen, Würenlos, 1994.

[12] Walter N. Sanning, The Dissolution of the European Jewry, Institute for Historical Review, Newport Beach, 1983.

[13] Germar Rudolf, The Rudolf Report, Theses & Dissertation Press, Chicago, 2003.

[14] Carlo Mattogno, “The Crematoria Ovens of Auschwitz and Birkenau”, in Germar Rudolf (editore), Dissecting the Holocaust [Esaminare l’Olocausto], pp. 373-413; vedi anche Germar Rudolf & Carlo Mattogno, Auschwitz Lies, Theses & Dissertation Press, Chicago, 2005, pp. 87-194.

[15] Vedi Jürgen Graf, “National Socialist Concentration Camps: Legend and Reality”, in Germar Rudolf (editore), Dissecting the Holocaust. The Growing Critique of “Truth” and Memory, Theses & Dissertation Press, Chicago, 2003, pp. 284-285.

[16] Per un breve riassunto degli errori e delle contraddizioni riscontrati nella testimonianza di Nyiszli, vedi Germar Rudolf, Lectures On the Holocaust, Theses & Dissertation Press, 2005, pp. 459-460.

[17] Vedi Henry Roques, The “Confessions” of Kurt Gerstein, Institute for Historical Review, Costa Mesa, 1989.

[18] Robert Faurisson, “Witnesses of the Gas Chambers of Auschwitz”, in Germar Rudolf (editore), Dissecting the Holocaust, p. 144.

[19] Jürgen Graf, TodersursacheZeitgeschichtsforschung, Verlag Neue Visionen, Würenlos, 1995.

[20] Jürgen Graf & Carlo Mattogno, Concentration Camp Majdanek. A Historical and Technical Study, Theses & Dissertation Press, Chicago, 2003.

[21] La cifra menzionata da Graf si riferisce al numero delle pagine dei documenti, non al numero dei documenti individuali. Vedi: “Work in the Moscow Archives”, lettera circolare del 1995 di Jürgen Graf (http://www.codoh.com/incon/incongrafarch.html ).


"Israele come stato ebraico costituisce un pericolo non solo per se stesso e per i suoi abitanti, ma per tutti gli ebrei e per tutti gli altri popoli e stati del Medio Oriente e anche altrove."

- Prof. Israel Shahak, ebreo israeliano e direttore della lega israeliana per i diritti umani e civili


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