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I miti fondatori della politica israeliana



di Roger Garaudy

 
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III L'utilizzazione politica del mito

1. La lobby degli Stati Uniti

 

"Il primo ministro d'Israele ha molta più influenza sulla politica estera degli Stati Uniti in Medio Oriente, che nel suo paese".

Fonte: Paul Finley, They dare to speak out,
Chicago, Lawrence Hill, 1989, p. 92


Come è possibile che dei miti abbiano potuto suscitare credenze difficilmente sradicabili presso milioni di persone in buona fede?

Attraverso la creazione di potenti lobbies capaci di piegare l'azione dei politici e di condizionare l'opinione pubblica. Le modalità della loro azione variano a seconda dei paesi.

Negli Stati Uniti, dove vivono 6 milioni di ebrei, il loro voto può essere determinante perché la maggioranza elettorale (a causa dell'elevato numero di astensioni e dell'assenza di differenze programmatiche di fondo tra i due partiti) può essere raggiunta grazie a uno scarto del 3 o 4%.

Inoltre le oscillazioni dell'opinione pubblica, influenzate in buona misura dal look del candidato o dalle suggestioni delle sue prestazioni televisive, sono in rapporto con i fondi dei suoi comitati e le possibilità del suo marketing politico. "Nel 1988 le elezioni americane per il Se-nato richiedevano uno sforzo pubblicitario di 500 milioni di dollari".

Fonte: Alain Cotta, Le capitalisme dans tous ses Etats,
Parigi, Fayard, 1991, p. 158


La lobby più potente ufficialmente accreditata in Campidoglio è l'AIPAC (American Israel Public Affairs Commitee).

Tale era già nel 1942 la potenza degli israeliani negli Stati Uniti che all'Hotel Biltmore, a New York, una convenzione massimalista decise che era necessario passare dal "focolare ebraico in Palestina (promesso da Balfour, si sarebbe realizzato con la colonizzazione lenta attraverso l'acquisto di terre, sotto il protettorato britannico o americano), alla creazione di uno Stato ebraico sovrano.

La doppiezza che caratterizza tutta la storia del sionismo si esprime nelle "interpretazioni" di quello che fu il risultato finale degli sforzi di Herzl: la Dichiarazione Balfour (nel 1917). La formula di "focolare nazionale ebraico" è ripresa dal Congresso di Basilea. Lord Rothschild aveva preparato un progetto che affermava "il diritto nazionale del popolo ebraico". La dichiarazione finale non parla più di tutta la Palestina, ma solo dell'"insediamento in Palestina d'un focolare nazionale per il popolo ebraico". E infatti tutti dicono focolare come se si trattasse di un centro spirituale o culturale, mentre pensano, in realtà, a uno Stato. È il caso dello stesso Herzl. Lloyd George nel suo libro The truth about the Peace treaties (Londra, Gollancz, 1938, II, pp. 1138-39) scrisse: "Non si possono avere dubbi su ciò che i membri del gabinetto avevano in mente all'epoca [...]. La Palestina doveva diventare uno Stato indipendente". È significativo che il generale Smuts, membro del gabinetto di guerra, il 3 novembre 1915 dichiarò a Johannesburg: "Nel corso delle generazioni future, voi vedrete sorgere laggiù [in Palestina] una volta di più un grande Stato ebraico".

Fin dal 26 gennaio 1919 Lord Curzon scriveva: "Mentre Weizmann vi dice qualcosa e pensate "focolare nazionale ebraico", egli ha in mente tutt'altro. Prevede uno Stato ebraico e una popolazione araba sottomessa, governata dagli ebrei. Cerca di realizzare tutto ciò facendosi schermo della protezione e della garanzia britanniche".

Weizmann aveva chiaramente spiegato al governo inglese che obiettivo del sionismo era creare uno "Stato ebraico" (con quattro o cinque milioni di ebrei). Lloyd Geroge e Balfour gli assicurarono: "nella Dichiarazione Balfour, usando il termine "focolare nazionale" noi intendiamo uno Stato ebraico".

Il 14 maggio 1948 Ben Gurion proclama l'indipendenza a Tel Aviv: "Lo Stato ebraico in Palestina si chiamerà Israele".

Malgrado le divergenze tra coloro che, come Ben Gurion, consideravano doveroso per ogni ebreo del mondo il trasferimento in quello Stato e coloro che pensavano che l'attività degli ebrei negli Stati Uniti fosse più importante, nell'interesse stesso del nuovo Stato, quest'ultima tendenza prevalse: su 35.000 americani o canadesi che emigrarono in Israele, solamente 5.400 vi si stabilirono.

Fonte: Melvin I. Wrofsky, We are one! American Jewry and Israel,
New York, Ander Press-Doubleday, 1978, pp. 265-266


Lo Stato di Israele fu ammesso alle Nazioni Unite grazie alle sfrontate pressioni della lobby.

Eisenhower non voleva inimicarsi i paesi arabi produttori di petrolio che considerava "una prodigiosa fonte di potenza strategica e una delle più grandi ricchezze nella storia del mondo".

Fonte: Bick, Ethnic linkage and Foreign policy, p. 81

Truman si liberò dei suoi scrupoli per ragioni elettorali così come fecero i suoi successori.

Sotto la potenza della lobby sionista e del "voto ebraico" Truman stesso aveva dichiarato nel 1946, di fronte ad un gruppo di diplomatici: "Mi dispiace signori, ma io devo rispondere a centinaia di migliaia di persone che si aspettano il successo del sionismo. Io non ho migliaia di arabi tra i miei elettori".

Fonte: William Eddy, F.D. Roosevelt and Ibn Saud,
New York, American friends of the Middle East, 1954, p. 31

L'ex primo ministro inglese Clement Attlee fece questa dichiarazione: "La politica degli Stati Uniti in Palestina era modellata dal voto degli ebrei e dalle sovvenzioni delle più grandi ditte ebraiche".

Fonte: Clement Attlee, A Prime Minister Remember,
Londra, Heinemann, 1961, p. 18.

Eisenhower, in accordo con i sovietici, aveva bloccato nel 1956 l'aggressione israeliana contro il canale di Suez (appoggiata dai dirigenti inglesi e francesi).

Il senatore J.F. Kennedy non aveva mostrato alcun entusiasmo in questo affare. Nel 1958 la Conferenza dei presidenti delle associazioni ebraiche incaricò il suo presidente Klutznik di contattare Kennedy, possibile candidato alle elezioni. Klutznik gli dichiarò cinicamente: "Se direte ciò che dovete dire, potrete contare su di me. Altrimenti non sarò il solo a voltarvi le spalle". Quello che avrebbe dovuto dire gli fu riassunto da Klutznik stesso: l'atteggiamento di Eisenhower nell'affare di Suez era negativo, mentre Truman nel '48 si trovava sulla buona strada... Kennedy seguì questo "consiglio" nel 1960 quando fu designato come candidato presidenziale dalla Convenzio-ne democratica. Dopo le sue dichiarazioni a New York davanti a personalità ebraiche egli ricevette 500.000 dollari per la sua campagna, Klutznik come consigliere e l'80% dei voti ebraici.

Fonte: Melvin I. Wrofsky, op. cit., pp. 265-266 e 271-280


Nel suo primo incontro con Ben Gurion all'Hotel Waldorf Astoria di New York, nella primavera del 1961, John F. Kennedy gli disse: "So che sono stato eletto grazie al voto degli ebrei americani: devo loro la mia elezione. Ditemi che cosa devo fare per il popolo ebraico".

Fonte: Edward Tivnan, The lobby, p. 56 (che cita M. Bar Zohar, biografo di Ben Gurion)

Dopo Kennedy, Lyndon Johnson si spinse ancora più lontano. Un diplomatico israeliano scrisse "abbiamo perso un grande amico. ma ne abbiamo trovato uno migliore [...]. Johnson è il migliore amico che lo Stato ebraico abbia mai avuto alla Casa Bianca"

Fonte: I.L. Kenan, Israel's defense line, Buffalo, Prometheus, 1981, pp. 66-67

In effetti Johnson appoggiò largamente la guerra dei Sei giorni nel 1967. Ormai il 99% degli ebrei americani difendeva il sionismo israeliano: "Essere ebrei oggi significa essere legati a Israele".

Fonte: Schlomo Avineri, The Making of Modern Sionism,
New York, Basis Book, 1981, p. 219

Nel novembre 1967 la risoluzione 242 delle Nazioni Unite esigeva l'evacuazione dei territori occupati durante la guerra. De Gaulle, dopo l'aggressione, decretò l'embargo sulle armi destinate a Israele. Il parlamento americano fece altrettanto. Ma Johnson in dicembre, pressato dall'AIPAC, consegnò degli aerei Phantom ordinati da Israele.

Fonte: Bick, op. cit., pp. 65-66


In conseguenza di ciò Israele non assunse atteggiamenti critici verso la guerra nel Vietnam.

Fonte: Abba Eban, Autobiographie, p. 460


Quando nel 1979 Golda Meir andò negli Stati uniti Nixon la paragonò alla "Deborah biblica" e la coprì di elogi per la prosperità di Israele.

Fonte: Steven L.S. Spiegel, The other arab-israeli conflict,
University of Chicago Press, 1985, p. 185

Il Piano Rogers che riprendeva i punti essenziali della risoluzione 262 dell'ONU fu respinto da Golda Meir.

Fonte: I. L. Kenan, op. cit., p. 239

Nixon consegnò a Israele 45 Phantom in più e 80 bombardieri Skyhawk.

Nasser morì l'8 settembre 1970 e Sadat propose la pace con Israele. Moshe Dayan, ministro della difesa, rifiutò l'accordo nonostante la posizione favorevole del ministro degli affari esteri Abba Eban.

Il 6 ottobre 1973 Sadat lanciò l'offensiva detta guerra dello Yom Kippur e distrusse la reputazione di Golda Meir, che dovette dare le dimissioni il 10 aprile 1974, insieme con Moshe Dayan.

Nondimeno la lobby ebraica del Campidoglio riportò un grande successo a Washington riguardo al rapido riarmo di Israele: 2 miliardi di dollari, con il pretesto di combattere una lobby araba concorrente.

Fonte: Neff, Warriors of Jerusalem, p. 217

Il denaro delle banche ebraiche di Wall Street si aggiunse all'aiuto governativo.

Fonti: Bick, op. cit., p. 65, e Abba Eban, op. cit., p. 460

Delle 21 persone che hanno versato più di 100.000 dollari per il senatore Hubert Humphrey, 15 erano ebree, tra le quali i capi della mafia ebraica di Hollywood, come Lew Wassermann. Complessiva-mente essi contribuirono a più del 30% del fondo elettorale del partito democratico.

Fonte: Stephen D. Isaacs, Jews and American politics,
New York, Doubleday, 1974, capitolo 8


L'AIPAC si mobilitò nuovamente e in tre settimane, il 21 maggio 1975, ottenne la firma di 76 senatori che chiesero al presidente Ford di appoggiare lo Stato israeliano.

Fonte: Shechan, Arabis Israelis and Kissinger, "Reader's digest" press, p. 175


La via di Jimmy Carter era tracciata: alla sinagoga di Elisabeth, nel New Jersey, rivestito con la toga di velluto blu, egli affermò:

"Onoro lo stesso vostro Dio. Noi (i battisti) studiamo la stessa vostra Bibbia". E concluse: "la sopravvivenza di Israele non dipende dalla politica. È un dovere morale"

Fonte: "Time", 21 giugno 1976


Era l'epoca in cui Begin e i partiti religiosi avevano tolto il potere ai laburisti: "Begin si considerava più come un ebreo che come un israeliano", dice la sua biografia.

Fonte: Silver, Begin: The haunted prophet, p. 164


Nel novembre 1976 Nahum Goldmann, presidente del Congresso ebraico mondiale, andò a Washington per incontrare il presidente e i suoi consiglieri, Vance e Brzezinski, e diede all'amministrazione Car-ter questo inaspettato consiglio: "stroncare la lobby sionista degli Stati Uniti".

Fonte: "Stern", New York, 24 aprile 1978


Goldmann, il quale aveva consacrato la sua vita al sionismo e svolto un ruolo di primo piano nella lobby dall'epoca di Ttruman, sosteneva che la sua creazione, la Conferenza dei presidenti, era una "forza distruttiva" e un "maggiore ostacolo" alla pace in Medio Oriente.

Begin era al potere e Goldmann era deciso a minarne la politica anche a costo di distruggere il suo stesso gruppo di pressione.

Sei anni più tardi Cyrus Vance, uno degli interlocutori di quell'incontro, confermò i propositi di Goldmann: "Goldmann ci ha suggerito di stroncare la lobby, ma il presidente e il segretario di Stato hanno risposto che non ne avevano il potere e che d'altronde ciò avrebbe aperto la porta all'antisemitismo".

Fonte: Intervista di Cyrus Vance con Edward Tivnan,
The lobby, Simon and Schuster, 1987, p. 123


Begin, che governava con i laburisti, nominò Moshe Dayan ministro degli affari esteri al posto di Shimon Peres.

Il coordinatore della Conferenza dei presidenti ebraici negli Stati Uniti, Schindler, fece accettare questa svolta a favore degli estremisti e sottolineò il pragmatismo di Dayan.

Begin, per qualche tempo, non si preoccupò affatto dei sionisti americani che considerava come sostenitori dei laburisti.

Ma gli uomini d'affari americani, constatando l'influenza dei rabbini su Begin e soprattutto il loro attaccamento alla "libera impresa" (contrariamente all'interventismo statale dei laburisti), giudicarono favorevolmente gli accordi di Camp David (settembre 1978). Sadat, stipulando una pace separata con Israele, non avanzò pretese sulla Cisgiordania (Giudea e Samaria), "terra biblica" secondo Begin, e non conservò che il Sinai, il quale, sempre secondo Begin, non era "terra biblica".

Fonte: S. D. Isaacs, op. cit., p. 122

Nel 1976 Carter aveva raccolto il 68% dei voti degli ebrei; nel 1980 non ne ottenne che il 45%, avendo ceduto, nel frattempo, degli F15 all'Egitto e degli Awacs all'Arabia Saudita, assicurando tuttavia che essi non sarebbero mai serviti contro Israele, dal momento che l'esercito americano li controllava e li dirigeva da terra.

Ciò nondimeno Carter fu battuto nel 1980 da Reagan, che al contrario accordò 600 milioni di dollari di crediti militari a Israele per i due anni seguenti.

Begin, rassicurato, dopo Camp David, che non sarebbe stato attaccato alle spalle dall'Egitto e tranquillizzato dal fatto che gli Awacs venduti all'Arabia Saudita erano completamente sotto il controllo statunitense, poté mostrare agli americani il suo potere dal punto di vista di una guerra preventiva, procedendo (come i giapponesi a Pearl Harbour e gli israeliani contro l'aviazione egiziana durante la guerra dei Sei giorni) alla distruzione, senza dichiarazione di belligeranza, della centrale nucleare irachena di Ozirak, costruita dai francesi. Naturalmente Begin invocava come sempre il mito sacro: "Non ci sarà mai più un altro olocausto"

Fonte: "Washington Post", 10 giugno 1981

Incoraggiato dalla debolezza della protesta degli Stati Uniti e temendo un peggioramento della situazione in Medio Oiente, Begin, un mese più tardi, il 17 luglio 1981, bombardò Beirut Ovest per distruggervi, disse, alcune basi dell'OLP.

Reagan allora annunciò il progetto di vendere per 8 miliardi e mezzo di dollari degli altri Awacs e dei missili all'Arabia Saudita, sempre alla condizione che non avrebbero minacciato minimamente Israele, in quanto il controllo americano sarebbe stato totale.

Cosicché una maggioranza al Senato accettò questo buon affare economico e questo rafforzamento della manomissione americana nel Golfo (i sauditi erano tenuti a non sorvolare la Siria, la Cisgior-dania e Israele).

Fonte: "Facts and files", 20 settembre 1981, p. 705

Begin, sempre posseduto dalla visione del "grande Israele" della leggenda biblica, continuò l'insediamento di colonie in Cisgiordania, cominciato dai laburisti, colonie che Carter aveva dichiarato "illegali" e contrarie alle risoluzioni 242 e 338 delle Nazioni Unite. Ma Reagan vedeva in Israele un mezzo per bloccare le mire dell'Unione Sovietica sul petrolio del Golfo. Nel novembre del 1981 Ariel Sharon, ministro della guerra, incontrò il suo omologo americano Caspar Weinberger ed elaborò con lui un piano di "cooperazione strategica" per contrastare qualsiasi minaccia sovietica nella regione.

Fonte: "New York Times", 10 dicembre 1981

Il 14 dicembre Begin formalizzò l'annessione del Golan. Reagan protestò contro questa nuova violazione della risoluzione 242. Begin insorse: "Siamo forse una repubblica delle banane? Uno Stato vassallo del vostro?".

Fonte: Steven Emerson, Dutton of Arabia, "New Republic" 16 giugno 1982

L'anno seguente Begin invadeva il Libano.

Il generale Haig, che dirigeva il dipartimento di guerra, diede via libera a questa invasione destinata a imporre un governo cristiano a Beirut.

Fonte: Ze'ev Shiff ed Ehud Ya'ari, Israel's Lebanon War,
New York, Simon and Schuster, 1984

Pochi americani criticarono l'invasione, come pochi israeliani avevano criticato quella del Vietnam. Ma i massacri di Sabra e Chatila, sotto gli occhi di Sharon e di Eytan, e con la loro complicità, e le immagini che ne furono trasmesse dalla televisione, obbligarono la lobby ebraica a rompere il silenzio.

Il vice presidente del Congresso ebraico mondiale, Hertzberg, e gran parte dei rabbini criticarono Begin nell'ottobre 1982. Begin rimproverò al rabbino Schindler che aveva fatto questa critica alla televisione, di essere "più americano che ebreo" e uno dei suoi aggiunti lo denunciò come "traditore".

Fonte: Michael Kremer, American Jews and Israel. The schism,
New York, 18 ottobre 1982


Un portavoce dell'AIPAC spiegò la strategia di coloro che approvavano l'invasione:

"Noi vogliamo rafforzare a destra il nostro sostegno a Israele con le persone che non si preoccupano di quello che succede nella West Bank ma guardano all'Unione Sovietica".

Fonte: Intervista con Tivnan, cit., p. 181

In questa occasione i cristiani sionisti sostennero l'aggressione israeliana e il loro capo Jerry Falwell, che Begin chiamava "l'uomo che rappresenta 60 milioni di cristiani americani" in un paese con 6 milioni di ebrei, ricevette la più alta onorificenza sionista: il premio Jabotinsky per i servizi resi a Israele, oltre a 100 milioni di dollari dallo Stato di Tel Aviv e 140 milioni di dollari dalla donazione Swaggert.

Fonte: "Time", 17 febbraio 1986

La potenza finanziaria e perciò politica, in un mondo in cui tutto si compra e si vende, diventa sempre più determinante.

Dal 1948 gli Stati Uniti hanno fornito a Israele 28 miliardi di aiuti economici e militari.

Fonte: "Time Magazine", giugno 1994

 

* * *

I dirigenti israeliani, confortati dal flusso monetario proveniente dall'estero "risarcimenti" tedeschi e austriaci, "liberalità" degli Stati Uniti e versamenti della Diaspora , potevano concepire le mire più ambiziose riguardo a un "grande Israele".

Una precisa testimonianza sui "piani strategici d'Israele per gli anni Ottanta" ci viene fornita da un articolo della rivista "Kivunim" (Orientamenti) pubblicata a Gerusalemme dall'Organizzazione sionista mondiale:

"In quanto struttura centralizzata l'Egitto è già un cadavere, soprattutto se si tiene conto dello scontro sempre più duro tra musulmani e cristiani. La sua divisione in diverse province geografiche deve essere il nostro obiettivo politico per gli anni Ottanta sul fronte occidentale.

"Una volta che l'Egitto sia così dislocato e privato di potere centrale, paesi come la Libia, il Sudan e altri più lontani subiranno lo stesso smembramento. La formazione di uno Stato copto nell'alto Egitto e quella di piccole entità regionali di scarso peso è la chiave di uno sviluppo storico che ora è ritardato dall'accordo di pace, ma che è ineluttabile a lunga scadenza.

"Nonostante le apparenze, il fronte occidentale presenta meno problemi di quello orienatale. La divisione del Libano in cinque province [...] prefigura quanto accadrà nell'insieme del mondo arabo. La scomposizione della Siria e dell'Iraq in regioni organizzate sulla base dei criteri etnici o religiosi dovrà essere a lungo termine lo scopo prioritario per Israele, la prima tappa verso la distruzione del potere militare di questi Stati.

"Le strutture etniche della Siria la espongono a uno smantellamento che potrà portare alla creazione di uno Stato sciita lungo la costa, di uno Stato sunnita nella regione di Aleppo, di un altro a Damasco e di una entità drusa, che potrà aspirare alla costituzione di un proprio Stato forse sul nostro Golan , in tutti i casi con l'Hauran e il nord della Giordania [...]. Un simile Stato sarebbe, a lungo andare, una garanzia di pace e di sicurezza per la regione. È un obiettivo che è già alla nostra portata.

"Ricco di petrolio e in preda a lotte intestine, l'Iraq si trova sulla linea di tiro israeliana. Il suo smembramento sarà per noi più importante di quello della Siria, perché è l'Iraq che rappresenta, a breve scadenza, la minaccia più seria per Israele".

Fonte: "Kivunim", Gerusalemme, n. 14, febbraio 1982, pp. 49-59
(Il testo integrale è riprodotto nel mio libro Palestine, terre des messages divins, Parigi, Albatros, 1986, in ebraico alle pp. 377-387 e in traduzione francese a partire da p. 315).

Per la realizzazione di questo vasto programma i dirigenti israeliani disponevano dell'aiuto senza limiti degli Stati Uniti. Sui 507 aerei di cui disponevano alla vigilia dell'invasione del Libano, 457 provenivano dagli Stati Uniti grazie alle donazioni e ai prestiti di Washington. La lobby americana si incaricò di ottenere i mezzi necessari, foss'anche andando contro gli interessi nazionali.

Dal momento che gli obiettivi del pregetto israeliano erano troppo lontani e rischiosi, la lobby sionista riuscì a far realizzare l'operazione dagli Stati Uniti. La guerra contro l'Iraq ne è l'esempio più lampante.

"Due potenti gruppi di pressione spingono gli Stati Uniti all'apertura del conflitto.

"1 La "lobby ebraica", perché l'eliminazione di Saddam Hussein annullerebbe la minaccia del più forte paese arabo [...]. Gli ebrei americani svolgono un ruolo essenziale nel sitema mediatico d'oltre Atlantico. Il compromesso permanente tra il presidente e il congresso porta la Casa Bianca a tenere in gran conto le loro istanze.

"2 La "lobby degli affari" [...] ha ritenuto che la guerra avrebbe potuto rilanciare l'economia. Il secondo conflitto mondiale e gli ordinativi enormi che ha procurato agli Stati Uniti non hanno forse messo fine alla crisi del 1929, dalla quale essi non erano mai veramente usciti? La guerra di Corea non ha provocato un nuovo boom?

"Beata guerra che porterà la prosperità in America [...]".

Fonte: Alain Peyrefitte, "Le Figaro", 5 novembre 1990


"È difficile sopravvalutare l'influenza politica dell'American Israeli Public Affairs Committee (AIPAC) che dispone di un budget quadruplicato tra il 1982 e il 1988 (1.600.000 dollari nel 1982, 6.900.000 dollari nel 1988)".

Fonte: "Wall Street Journal", 24 giugno 1987

I dirigenti sionisti non nascondevano il ruolo della loro lobby.

Ben Gurion dichiarò chiaramente: "Quando un ebreo, in America o in Africa del Sud, parla ai suoi compagni ebrei del "nostro" governo, intende il governo d'Israele".

Fonte: Rebirth and Destiny of Israel, 1954, p. 489

Al ventitreesimo congresso dell'organizzazione sionista mondiale egli precisò che i doveri di un ebreo all'estero comportavano "l'obbligo collettivo di tutte le organizzazioni sioniste delle diverse nazioni di aiutare lo Stato ebraico in ogni circostanza, incondizionatamente, anche se un simile atteggiamento entra in contraddizione con le autorità delle loro rispettive nazioni".

Fonti: Ben Gurion, Tasks and character of a modern sionist, "Jerusalem Post", 17 agosto 1951
e "Jewish telegraphic agency", 8 agosto 1951 [*]


Questa confusione dell'ebraismo come religione (rispettabile al pari di tutte le altre) con il sionismo politico comportante il vassallaggio incondizionato allo Stato d'Israele, che si sostituisce al Dio d'Israele, non fa che alimentare l'antisemitismo.

Il dipartimento di Stato fu costretto a reagire. In una lettera indirizzata al Consiglio americano per l'ebraismo, resa pubblica il 7 maggio 1964, il segretario di Stato Talbot, riferendosi ai principi stessi della Costituzione americana, nei confronti dei quali le esigenze dei dirigenti sionisti rappresentavano una sfida, ricordava che il suo paese "riconosce lo Stato d'Israele come Stato sovrano e la cittadinanza dello Stato d'Israele. Esso non riconosce nessun'altra sovranità o cittadinanza a questo riguardo. Non riconosce relazioni politico-legali fondate su una identificazione religiosa dei cittadini americani. Esso non fa alcuna discriminazione tra cittadini americani quanto a religione, di conseguenza dovrà essere chiaro che il dipartimento di Stato non considera il concetto di "popolo ebraico" come un concetto di diritto internazionale".

Fonte: Georges Friedmann, Fin du peuple juif, Parigi, Gallimard 1956, p. 292

_______________

[*] Niente è cambiato in questo atteggiamento dopo quasi mezzo secolo. Il gran rabbino di Francia Joseph Sitruk ha dichiarato al primo ministro israeliano Itzak Shamir: "Ciascun ebreo francese è un rappresentante di Israele [...]. Siate sicuro che ogni ebreo in Francia è un difensore di ciò che voi difendete".

Fonte: Radio israeliana, 9 luglio 1990. Cit. da "Le Monde", 12 e 13 luglio 1990, e dal quotidiano della Comunità ebraica in Francia "Jour J", 12 luglio 1990, che ha aggiunto: "non c'è nel mio spirito la minima idea di una doppia cittadinanza".


Dichiarazione puramente platonica d'altronde, dal momento che a questo richiamo giuridico non seguì alcuna misura contro la lobby.

L'affare Pollard ne offre un esempio.

Nel novembre 1985 un militante sionista americano, Jonathan Pol-lard, analista presso lo stato maggiore della marina, fu arrestato mentre si portava a casa alcuni documenti segreti. Interrogato dall'FBI egli ammetteva di aver ricevuto 50.000 dollari dall'inizio del 1984 per trasmettere documenti a Israele.

"L'affare Pollard non è nato improvvisamente, dal nulla. Esso s'inscrive nell'attuale sistema sempre più insano delle relazioni americano-israeliane, caratterizzate da una eccessiva dipendenza, che favorisce atteggiamenti imprudenti.

"Questa situazione è stata creata nel 1981, quando l'amministrazione Reagan ha dato a Israele ciò che è stato interpretato come "carta bianca" all'avventurismo militare, con il pretesto dell'autodifesa [...]. Il primo risultato è stato l'invasione del Libano.

"Era prevedibile che una simile accondiscendenza di Washington incoraggiasse l'arroganza di Gerusalemme [...]. È risaputo che i legami di stretta dipendenza trasudano risentimento e aggressività [...] da parte di Israele questo risentimento prende forme sconsiderate, il raid su Tunisi è una di queste, l'affare Pollard ne rappresenta un'altra".

Fonte: "Washington Post", 5 dicembre 1985


"Da decenni gli ebrei americani si sforzano di convincere l'opinione pubblica americana che il loro sostegno incondizionato a Israele non attenta alla lealtà verso gli Stati Uniti. Attualmente sembra difficile creder loro su questo punto, e coloro che parlano di "doppia cittadinanza" troveranno orecchie compiacenti".

Fonte: "Haaretz", 10 dicembre 1985

Non mancano gli esempi per dimostrare come la lobby israelosionista sia riuscita a imporre agli Stati Uniti un atteggiamento contrario agli interessi americani, ma utile alla politica Israeliana.

Eccone alcuni.

Il presidente della Commissione degli affari esteri del Senato, Fullbright, decise di far comparire i principali dirigenti sionisti di fronte a un Comitato che mettesse in luce le loro attività nascoste. Egli riassunse i risultati dell'inchiesta in un'intervista Di fronte alla nazione rilasciata alla CBS il 7 ottobre 1973: "Gli israeliani controllano la politica del Congresso e del Senato" e aggiunse: "I nostri colleghi del Senato, circa il 70% di essi, prendono le loro decisioni sotto la pressione di una lobby, più che in base alla propria visione di quelli che considerano come principi di libertà e di diritto".

Nelle successive elezioni Fullbright perse il suo seggio di senatore.

Dopo l'inchiesta di Fullbright la lobby sionista non ha smesso di sviluppare la sua influenza sulla politica americana. Paul Finley, che fu per ventidue anni deputato al Congresso degli Stati Uniti, nel libro They dare to speak out (Hanno osato parlare), pubblicato nel 1985 da Lawrence Hill and Company, ha descritto l'attuale funzionamento della lobby sionista e il suo potere. Questa vera e propria "succursale del governo israeliano" controlla il Congresso e il Senato, la Presi-denza della repubblica, il dipartimento di Stato e il Pentagono, così come i media, ed esercita la sua influenza tanto nelle Università quanto nelle Chiese.

Le prove e gli esempi che mostrano come le esigenze degli israeliani prevarichino gli interessi degli Stati Uniti abbondano: il 3 ottobre 1984 la camera dei rappresentanti, con una maggioranza superiore al 98% abroga tutte le limitazioni agli scambi tra Israele e gli Stati Uniti, malgrado il rapporto sfavorevole del ministero del commercio e di tutti i sindacati (p. 31).

Ogni anno, quali che siano le restrizioni di tutti gli altri capitoli di spesa, i crediti per Israele aumentano. Lo spionaggio è tale che i più segreti dossier sono nelle mani del governo israeliano; Adlai Ste-venson (ex candidato alla presidenza degli Stati Uniti) scrisse nel numero dell'inverno '75-76 di "Foreign Affairs": "Praticamente nessuna decisione concernente Israele può essere presa, e nemmeno discussa, a livello di esecutivo, senza che sia subito conosciuta dal governo israeliano" (p. 126).

Malgrado il rifiuto del segretario di Stato alla difesa, basato sulle leggi americane, di consegnare a Israele, nel pieno dell'aggressione contro il Libano, bombe a frammentazione, arma diretta contro i civili, gli israeliani le ottennero da Reagan e se ne servirono a due riprese su Beirut per massacrare la popolazione (p. 143).

Nel 1973 l'ammiraglio Thomas L. Moorer, capo dello stato maggiore interarmi, testimonia: l'addetto militare israeliano a Washington, Mor-decai Gur (futuro comandante in capo delle forze israeliane), chiede agli Stati Uniti degli aerei dotati di un missile molto sofisticato (chiamato Maverick). L'ammiraglio Moorer ricorda di aver detto a Gur: "Non posso consegnarvi questi aerei. Non ne possediamo che una sola squadriglia e abbiamo giurato davanti al congresso che ci servono. Gur mi ha detto: Dateci gli aerei. Quanto al congresso me ne occupo io. È così aggiunge l'ammiraglio l'unica squadriglia dotata di Mave-ricks è finita in Israele" (p. 161).

L'8 giugno 1967 l'aviazione e la marina da guerra israeliane bombardarono la nave americana Liberty equipaggiata con rivelatori molto sofisticati, per impedire che venissero scoperti i piani d'invasione del Golan. Furono uccisi 34 marinai e 171 rimasero feriti. La nave fu sorvolata per 6 ore e bombardata per 70 minuti. Il governo israeliano si scusò per questo "errore" e l'affare venne archiviato. Fu solo nel 1980 che uno dei testimoni oculari, Ennes, ufficiale di ponte sulla Liberty, poté ricostruire la verità, smontando la versione ufficiale relativa a un "errore", ratificata dalla Commissione d'inchiesta dell'epoca, presieduta dall'ammiraglio Isaac Kid.

Ennes provò che l'attacco era stato deliberato e che si trattava di un assassinio. L'ammiraglio Moorer, quando lo scalpore provocato dal libro di Finley fu soffocato dalla lobby sionista, spiegò perché questo crimine era passato sotto silenzio: "Il Presidente Johnson temeva le reazioni dell'elettorato ebraico", e aggiuse: "Il popolo americano im-pazzirebbe se sapesse quello che succede" (p. 179).

Nel 1980 Adlai Stevenson, che aveva patrocinato un emendamento per ridurre del 10% l'aiuto militare allo Stato d'Israele e per far sì che questo non continuasse a installare colonie nei territori occupati, ricordava che il 43% degli aiuti americani all'estero era destinato a Israele (3 milioni di abitanti) per il suo armamento, a discapito dei 3 miliardi di abitanti affamati del pianeta.

Adlai Stevenson concludeva: "Il primo ministro israeliano ha molta più influenza sulla politica estera degli Stati uniti in Medio Oriente di quanta ne abbia nel suo paese" (p. 92).

Tutti i mezzi sono buoni per la lobby sionista: dalla pressione economica al ricatto morale, dal boicottaggio dei media e degli editori alla minaccia di morte.

Paul Finley conclude: "Chiunque critichi la politica israeliana deve aspettarsi dolorose e incessanti rappresaglie e perfino la perdita dei mezzi di sussistenza a causa delle pressioni della lobby israeliana. Il presidente ne ha paura. Il Congresso cede a tutte le sue esigenze. Le più prestigiose università vigilano affinché, nei loro programmi, si scarti tutto ciò che le si oppone. I giganti mediatici e i capi militari cedono alle sue pressioni" (p. 315).

Fonte: "Hearings", Parte 9, 23 maggio 1963

2. La lobby in Francia

"In Francia esiste una potente lobby pro-israeliana che esercita la sua influenza soprattutto sui mezzi d'informazione" (generale de Gaulle).

Fonte: Philippe Alexandre, Le préjugé pro-israélien ,
"Le Parisien Libéré", 29 febbraio 1988


"Questa affermazione all'epoca fece scandalo. Tuttavia essa contiene una parte di verità che è sempre attuale".

Fonte: Philippe Alexandre, art. cit.

Da allora non c'è alcun candidato alla presidenza della repubblica francese, qualunque sia il suo partito di appartenenza, da Michel Rocard a Jacques Chirac, passando per Mitterrand, che non sia andato in Israele per ottenerne l'investitura mediatica.

Il potere della lobby, i cui vertici sono oggi rappresentati dalla LICRA (Lega internazionale contro il razzismo e l'antisemitismo) è tale che essa può manipolare l'opinione pubblica a suo piacimento: mentre la popolazione ebraica costituisce circa il 2% del popolo francese, il sionismo predomina sulla maggioranza dei controllori politici dei media, alla televisione, alla radio e nella stampa, che si tratti di quotidiani o di settimanali. Il cinema soprattutto con l'invasione di Hollywood e anche l'editoria (grazie ai comitati delle case editrici in cui i controllori politici possono imporre il loro veto) sono nelle loro mani, così come la pubblicità, fonte finanziaria dei media stessi.

La prova si ha nell'allineamento quasi generale dei media, quando si tratti di rovesciare a favore d'Israele il senso degli avvenimenti: si definisce "terrorismo" la violenza dei deboli e "lotta contro il terrorismo" la violenza dei forti.

Un ebreo malato viene gettato dall'Achille Lauro da un rinnegato dell'OLP. Si tratta, incontestabilmente, di terrorismo. Ma quando, per rappresaglia, un bombardamento israeliano su Tunisi causa 50 morti, tra cui numerosi bambini, l'azione viene definita: "lotta contro il terrorismo", "difesa della legge e dell'ordine".

Come sotto la bacchetta di un direttore d'orchestra clandestino, si ascolta la stessa musica da tutti i media, si tratti di attentati contro la Sinagoga di rue Copernic o delle profanazioni del cimitero di Car-pentras, dell'invasione del Libano o della distruzione dell'Iraq.

Posso testimoniare personalmente quanto segue: fino al 1982 avevo libero accesso nelle più grandi case editrici, alla televisione, alla radio, nella stampa. Al momento dell'invasione e dei massacri del Libano ottenni dal direttore di "Le Monde" Jacques Fauvet la pubblicazione di una pagina intera, a pagamento, nella quale padre Michel Lelong il pastore Matthiot e io chiarivamo "il senso dell'aggressione israeliana dopo i massacri in Libano".

Mostrammo che non si trattava di una sbavatura, ma della logica interna del sionismo politico sul quale si fonda lo Stato d'Israele.

Ricevetti nove minacce di morte, tramite lettere anonime e telefonate.

La LICRA intentò un processo contro di noi accusandoci di "antisemitismo e provocazione alla discriminazione razziale".

L'avvocato di Jacques Fauvet ricordò che non bisognava confondere la comunità ebraica e tanto meno la sua fede con lo Stato di Israele, le cui esazioni in Libano sono state denunciate da importanti personalità ebraiche come Mendés France e Nahum Goldmann.

La nostra difesa, quella di padre Lelong, del pastore Matthiot e la mia, traspare dal testo stesso: noi ricordavamo quello che le nostre vite dovevano alla fede dei profeti ebraici. Ma il sionismo politico ha sostituito il Dio d'Israele con lo Stato d'Israele. Il suo comportamento in Libano e in Palestina, creando odiosi amalgami, disonora l'ebraismo agli occhi del mondo. La nostra lotta contro il sionismo politico è quindi inseparabile dalla nostra lotta contro l'antisemitismo.

Da parte mia ripresi, davanti al tribunale, le analisi degli studi riassunti in La Palestine, terre des messages divins: il sionismo politico, fondato da Theodor Herzl (e condannato, allora da tutti i rabbini del mondo come tradimento della religione ebraica), deriva, non dalla fede ebraica, ma dal nazionalismo e dal colonialismo europei del XIX secolo. Le ultime tracce esistenti delle colonie di popolamento in Palestina, come in Sudafrica, a causa del loro razzismo (ufficialmente denunciato dall'ONU) incontrano la resistenza degli autoctoni. Come in tutti i colonialismi e in tutti i regimi di occupazione (ne abbiamo fatto esperienza in Francia al tempo di Hitler), la repressione si chiama "mantenimento dell'ordine" e la resistenza "terrorismo".

Ascoltando l'avvocato della LICRA, che cercò di dipingermi addosso un ritratto da antisemita, io mi rividi nel 1967 a Gerusalemme, accompagnato al Muro del pianto dal ministro israeliano Barzilai, e poi nella casa di Nahum Goldmann, allora presidente del Congresso ebraico mondiale. Mi rividi anche al campo di concentramento con il mio amico Bernard Lecache (fondatore della LICA, che diventerà LICRA), il quale mi aiutò a preparare i miei corsi sui Profeti di Israele ai nostri compagni deportati. Rivedevo quel vecchio militante, comunista e ateo, di Tarn, che ci diceva, dopo le letture di Amos fatte da Bernard e da me: "Questo rafforza il coraggio!".

Il dominio quasi totale del sionismo israeliano sui media americani e francesi impone al mondo questo sovvertimento dei significati: un diplomatico israeliano è aggredito a Londra, è terrorismo (anche se la Thatcher stessa dimostra alla Camera dei Comuni che l'autore dell'attentato non fa parte dell'OLP). L'esercito israeliano invade il Libano e causa migliaia di morti: l'operazione si chiama "Pace in Galilea"!

Il 1 o gennaio 1989 ascolto alla televisione il bilancio della Rivolta delle Pietre: 327 morti tra i palestinesi (per lo più bambini che tiravano sassi) e 8 tra gli israeliani (per lo più soldati che sparavano). Lo stesso giorno un ministro israeliano dichiara: "La trattativa sarà possibile solo quando i palestinesi rinunceranno alla violenza". Sto sognando? O, meglio, questa anestesia del senso critico è un incubo collettivo? È il trionfo del nonsenso!

Già nel 1969 il generale de Gaulle denunciava l'"eccessiva influenza" della lobby sionista su tutti i media: sulla stampa e la televisione, dal cinema all'editoria. Oggi questa "eccessiva influenza" è riuscita a realizzare un'inversione totale dei significati, chiamando "terrorismo" la resistenza artigianale dei deboli e "lotta contro il terrorismo" la violenza infinitamente più omicida dei forti.

Padre Lelong, il pastore Matthiot e io abbiamo avuto il torto di denunciare la menzogna di questo ribaltamento.

Il tribunale penale di Parigi, con la sentenza del 24 marzo 1983, "considerando che si tratta della critica lecita della politica di uno Stato e dell'ideologia che lo ispira, e non di provocazione razziale [...] respinge tutte le richieste della LICRA e la condanna al pagamento delle spese processuali".

La LICRA si accanisce e presenta appello. L'11 gennaio 1984, la Corte d'appello di Parigi pronuncia il suo verdetto.

Questo cita un passaggio del nostro articolo in cui accusiamo lo Stato d'Israele di razzismo.

La Corte "considerando che l'opinione espressa dai firmatari non concerne che la definizione restrittiva dell'ebraismo da parte della legislazione israeliana [...] conferma la sentenza emessa, respinge le richieste della LICRA e la condanna alle spese processuali".

La LICRA ricorre in Cassazione. Il verdetto della Corte di Cassa-zione del 4 novembre 1987 toglie ai sionisti ogni speranza di disonorarci legalmente: la Corte "respinge il ricorso e condanna il richiedente al pagamento delle spese processuali".

L'operazione di soffocamento prosegue al di fuori del'ambito giudiziario. La lobby sionista ha i mezzi per farlo. Se noi fossimo stati condannati avremmo avuto diritto alla prima pagina di tutti i giornali e saremmo stati messi alla gogna come antisemiti. Per contro la condanna della LICRA da parte dei tribunali è passata sistematicamente sotto silenzio: anche "Le Monde", il cui ex direttore Fauvet è implicato con noi in questa lotta, si è accontentato di un articoletto incolore.

Invece le mie speranze sono state magistralmente bloccate.

Al momento dell'uscita della pagina di "Le Monde" sulla logica del colonialismo sionista, io aggiunsi due righe chiedendo ai lettori di fare una sottoscrizione per consentirne il pagamento. L'inserzione era costata cinque milioni di centesimi. Ne ricevetti sette, attraverso centinaia di piccoli assegni. Quasi un terzo dei donatori erano ebrei e, tra questi, due erano rabbini.

Ma da quel momento cominciò l'asfissia mediatica: nessun accesso alla televisione, i miei articoli rifiutati.

Avevo pubblicato quaranta libri con tutte le più grandi case editrici, da Gallimard a Seuil, da Plon a Grasset e a Laffont. Erano stati tradotti in ventisette lingue.

Ormai sono chiuse tutte le porte: uno dei miei più grandi editori si sente dire dal suo consiglio d'amministrazione: "Se lei pubblica un libro di Garaudy, non avrà più la concessione dei diritti di traduzione delle opere americane". Accettarmi avrebbe significato far saltare la sua casa editrice. Un altro "grande", riguardo a un'altra opera, disse alla sua direttrice letteraria, che, appassionata dal libro, aveva lavorato tre mesi per aiutarmi a metterlo a punto: "Non voglio più niente di Garaudy nella mia casa editrice".

Così si mura vivo un uomo.

Le nostre reti di resistenza al nonsenso sono condannate alla clandestinità. E io stesso alla morte letteraria. Per delitto di speranza.

Questo è solo uno degli esempi di cui posso personalmente testimoniare sul ribaltamento dei significati operato dal sionismo.

Potremmo moltiplicare gli esempi, ma ciascuno di noi ne è testimone tutti i giorni: è il senso stesso del crimine hitleriano contro l'umanità intera a essere pervertito dalla propaganda sionista, che riduce questo crimine contro l'umanità a un grande pogrom in cui gli ebrei sarebbero stati le uniche vittime.

* * *

Si farà un passo ulteriore solo quando questi ukaze saranno imposti per legge, trasformando i magistrati in giudici della verità storica, a scapito delle precedenti disposizioni sulla libertà di stampa.

Il delitto d'opinione ormai è formalizzato dalla scellerata legge Fabius (n. 43) detta "legge Gayssot" dal nome del deputato comunista che ne ha accettato la paternità nel maggio 1990. Essa inserisce nella legge sulla libertà di stampa del 1881 un articolo, il 24 bis, che dice: "Saranno puniti con le pene previste dal sesto comma dell'articolo 24 coloro che avranno contestato [...] l'esistenza di uno o più crimini contro l'umanità, così come sono definiti dall'articolo 6 dello Statuto del Tribunale Militare Internazionale allegato all'accordo di Londra dell'8 agosto 1945".

Fonte: Proposta di legge adottata dall'Assemblea Nazionale
trasmessa al Presidente del Senato, n. 278, allegata al protocollo
della seduta del 3 marzo 1990


Il rapporto del deputato Asensi precisava: vi viene chiesto di creare una nuova incriminazione riguardante il "revisionismo" (p. 21). Inol-tre prevedeva di "allargare le possibilità date alle associazioni di costituirsi parte civile in caso d'infrazione".

Fin dall'introduzione il relatore definiva lo scopo prefissato: "completare l'arsenale repressivo esistente, fare in modo che la legge penale [...] svolga pienamente il suo ruolo intimidatorio e repressivo" (p. 5).

Fonte: Rapporto n. 1296, allegato al protocollo
della seduta del 26 aprile 1990

Il Tribunale di Norimberga, come abbiamo dimostrato, merita meno di ogni altro di fare giurisprudenza.

Un anno dopo fu proposto un emendamento alla legge da parte di Toubon: "È abrogato l'articolo 24 bis aggiunto alla legge del 29 luglio 1881 sulla libertà di stampa". L'emendamento annullava la repressione proposta da Gayssot contro gli storici "revisionisti" e rifiutava di mettere la critica storica sullo stesso piano del razzismo o dell'apologia di Hitler.

Ecco quale fu l'argomentazione di Toubon:

"Quando ne abbiamo discusso nel 1990, sulla base di una proposta di legge del gruppo comunista, il cui primo firmatario era Gayssot, io avevo contestato e non ero il solo il principio di questo testo, che consiste nel fissare per legge la verità storica, invece di lasciar parlare la storia.

"Alcuni obiettano che, se è la storia che fa la verità, non è compito della legge imporla. Alcune intenzioni vanno troppo lontano e non c'è bisogno di esprimerle. Ma significa scivolare insensibilmente verso il delitto politico e verso il delitto d'opinione.

"L'articolo 24 bis rappresenta, a mio avviso, un errore politico e giuridico molto grave. In realtà rappresenta una legge di circostanza, e me ne dispiaccio. È passato un anno. Non siamo più a un mese dagli avvenimenti di Carpentras. Non dobbiamo più esaminare un testo che la conferenza dei presidenti, aveva, lo ricordo, inserito nel suo ordine del giorno, in tutta fretta, quarant'otto ore dopo il suo deposito, e che era stato discusso immediatamente perché il presidente dell'Assemblea, Fabius, lo aveva deciso personalmente. Un anno dopo, a freddo, possiamo esaminare, come io ho appena fatto, la validità di questa legge, la validità di questo delitto di revisionismo previsto dall'articolo 24 bis e concludere, con Simone Weil, che questo delitto è inopportuno".

Fonte: "Journal Officiel", 22 giugno 1991, p. 3571
Dibattito parlamentare, seconda seduta del 21 giugno 1991

In effetti era ormai vietato a tutti gli storici mettere in discussione le conclusioni del Tribunale di Norimberga, il cui presidente americano aveva tuttavia riconosciuto lealmente che si trattava "dell'ultimo atto di guerra" e che esso "non era dunque tenuto alle regole giuridiche dei tribunali ordinari in materia di prove e di condanna".

* * *

Sulla scia di questa legge scellerata, la dichiarazione di Chirac di domenica 16 luglio 1995 segna un momento importante nella nostra storia: quello della rottura dell'unità della nazione, in favore della collusione delle rinunce. Quando il presidente della repubblica proclama che "la follia criminale dell'occupante è stata assecondata dai francesi e dallo Stato francese" commette un doppio crimine contro il paese. Prima di tutto, parlando di Vichy come di uno Stato francese, gli restituisce legittimità; in secondo luogo, svilisce il popolo, confondendolo con i dirigenti servili che lavoravano per l'occupante.

Viene così ufficializzata la concezione sionista difesa da Bernard-Henri Lévy nel suo libro L'idéologie française: "è tutta la cultura francese [...] sono le nostre più care tradizioni che testimoniano ciascuna la nostra perseveranza nell'abiezione".

Egli invita a perseguitare questa "vecchia base di purulenza", dissimulata "nel cuore del pensiero francese", che fa della Francia "la patria del nazionalsocialismo in generale".

Fonte: Bernard-Henri Lévy, L'idéologie française,
Parigi, Grasset, 1981, pp. 61, 92 e 125

Coronamento dell'affare fu la cerimonia presieduta dal gran rabbino di Francia Sitruk, il quale dichiarò l'8 luglio 1990 in Israele a Itzak Shamir (lo stesso che aveva offerto i suoi servigi a Hitler e la cui politica, quella dello Stato che ha presieduto, non ha smesso di violare la legge internazionale e di non tenere alcun conto delle decisioni dell'ONU): "Ogni ebreo francese è un rappresentante d'Israele [...]. Siate sicuro che ogni ebreo, in Francia, è un difensore di ciò che voi difendete". "Senza pertanto pensare disse al suo ritorno a una "doppia cittadinanza"".

Fonte: "Le Monde", 9 luglio 1990


Simili propositi nei confronti di Shamir, che aveva offerto la propria alleanza a Hitler, gli avrebbero più legittimamente dato un posto tra i penitenti che tra i presidenti.

Beninteso questo svilimento del popolo francese fu salutato con entusiasmo dai dirigenti del CRIF (Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche in Francia), che espressero "la loro intensa soddisfazione nel vedere riconosciuta, infine, dalla più alta personalità della Francia, la continuità dello Stato francese tra il 1940 e il 1944".

La vergogna è che i dirigenti di tutti i partiti francesi sugli organi di stampa, dal "Figaro" a "L'Humanité", abbiano approvato questo rinnegamento di Chirac.

È il rinnegamento di tutta la tradizione di unità della Francia e della resistenza di un popolo. De Gaulle non ha mai considerato Vichy come uno Stato. "Hitler diceva ha creato Vichy" (Mémoires, I, 389) e parlava di "comparse di Vichy" (op. cit., p. 130).

"Ho proclamato l'illegittimità di un regime fatto a discrezione del nemico" (op. cit., 107).

Riferendosi all'accordo del 28 marzo 1940 con l'Inghilterra, che escludeva ogni tregua d'armi separata (op. cit., p. 74) egli disse chiaramente: "l'organismo installato a Vichy e che pretende di portare questo nome (Stato) è incostituzionale e subordinato all'invasore [...]. Questo organismo non può essere e non è in effetti che uno strumento utilizzato dai nemici della Francia" (op. cit., p. 342).

De Gaulle conservò questo atteggiamento per tutta la guerra. L'ordi-nanza del 23 settembre 1941, che creò il Comitato Nazionale francese, cominciava:

"Viste le nostre ordinanze del 27 ottobre e del 12 novembre 1940, unitamente alla nostra dichiarazione organica del 16 novembre 1940;

"considerando che la situazione risultante dallo stato di guerra continua ad impedire ogni riunione e ogni libera espressione della rappresentanza nazionale;

"considerando che la costituzione e le leggi della Repubblica francese sono state e sono violate su tutto il territorio metropolitano e nell'impero, tanto dall'azione del nemico quanto dall'usurpazione delle autorità che collaborano con esso;

"considerando che numerose prove stabiliscono che l'immensa maggioranza della Nazione francese, lungi dall'accettare un regime imposto con la violenza e il tradimento, vede nell'autorità della Francia libera l'espressione dei propri desideri e delle proprie volontà [...]".

Fonte: C. de Gaulle, Mémoires, I, p. 394


Egli separava così il popolo francese dal servilismo dei dirigenti collaborazionisti.

"La condanna di Vichy nelle persone dei suoi dirigenti dissocia la Francia da una politica che è stata quella della rinuncia nazionale" (op. cit., p. 301).

Ricordando la sollevazione del popolo di Parigi scrive:

"Nessuno ignora, né presso il nemico né presso i nostri alleati, che quattro anni di oppressione non avevano piegato l'animo della capitale, che il tradimento non era che una ignobile schiuma sulla superficie di un corpo rimasto sano, che le strade, le case, le fabbriche, i laboratori, gli uffici e i cantieri di Parigi avevano assistito al compimento, a costo di fucilazioni, di torture e di prigionia, degli atti eroici della Resistenza".

Fonte: Op. cit., p. 442


"Neppure nei peggiori momenti il nostro popolo ha rinunciato a se stesso" (op. cit., p.494).

Ecco, in breve, ciò che Chirac ha rinnegato per assicurarsi il potere mediatico da parte dei dirigenti sionisti e con ciò stesso il vassallaggio agli Stati Uniti preda della lobby sionista, che gli ha già fatto abbandonare la sua opposizione a Maastricht, rovina della Francia, e confermare la sua sottomissione ai diktat americani del GATT (Accordi internazionali sul commercio), che distruggono le possibilità d'indipendenza e di rinnovamento della Francia attraverso il cambiamento radicale dei rapporti con il Terzo Mondo.

* * *

Il sionismo ha sempre agitato lo spauracchio antisemita per far credere a una minaccia permanente contro Israele e alla necessità di correre in suo soccorso.

Non mancano provocazioni recenti, destinate a mascherare i soprusi d'Israele.

Il metodo è sempre lo stesso. All'epoca dei massacri di Sabra e Chatila, lo scrittore Tahar Ben Jelloun scriveva:

"Le coincidenze, a forza di ripetersi, finiscono col divenire una prova maggiore. Ora si sa a che cosa serve un attentato antisemitico in Europa e chi ne trae vantaggio: serve a coprire il massacro deliberato delle popolazioni civili palestinesi e libanesi. Si può constatare che tali attentati hanno preceduto, seguito o accompagnato un bagno di sangue a Beirut. Queste operazioni terroristiche sono preparate ed eseguite con tale perfezione, che finora hanno raggiunto, direttamente o indirettamente, l'obiettivo politico perseguito: deviare l'attenzione tutte le volte che la questione palestinese ottiene un po' più di comprensione, ovvero di simpatia. Non si tratta del rovesciamento sistematico della situazione per trasformare le vittime in carnefici e terroristi?

"Trasformando i palestinesi in "terroristi" li si espelle dalla storia e, conseguentemente, dal diritto.

"Il massacro di rue des Rosiers, il 9 agosto, non ha preceduto di qualche ora il lancio di bombe di tutti i generi su Beirut?

"L'assassinio di Bechir Gemayel non è stato seguito, due ore dopo, dall'entrata a Beirut Ovest dell'esercito israeliano (cosa che allo stesso tempo eclissò lo storico incontro tra Yasser Arafat e il Papa)?

"L'esplosione dell'autobomba in rue Cardinet e la sparatoria, il giorno dopo, davanti alla sinagoga di Bruxelles non hanno coinciso col massacro senza precedenti dei campi palestinesi di Sabra e Cha-tila?".

Fonte: "Le Monde", 22 settembre 1982, p. 2

Dovremmo imparare la lezione dai precedenti storici: uno sforzo sistematico per modellare l'opinione pubblica, saturandola con una "informazione" d'ispirazione etnocentrica, alimenta l'antisemitismo.

"A Berlino il teatro, il giornalismo, ecc. erano affare degli ebrei. Il "Berliner Tageblatt" era il giornale tedesco più importante, dopo la "Volkische Zeitung". Il primo apparteneva a Mossé, la seconda a Ulstein, entrambi ebrei. Il direttore del "Vorwärts", principale giornale socialdemocratico, era ebreo. I tedeschi, che accusavano la stampa di essere ebraica, "juden Presse", dicevano la pura verità".

Fonte: Y. Leibowitz, Israël et Judaïsme: ma part de verité, cit., p. 113


L'esempio più recente di queste manovre e del loro sfruttamento mediatico è quello di Carpentras.

Nel maggio 1990 furono profanate alcune tombe del cimitero ebraico di Carpentras. Il cadavere di uno dei morti fu impalato e trasportato su di un'altra tomba. Il ministro degli interni, Pierre Joxe, dichiarò subito: "Non c'e bisogno di un'inchiesta della polizia per sapere chi siano i criminali colpevoli di questo "abominio razzista"". Tuttavia, cinque anni dopo, e malgrado l'invio di decine di inquirenti, magistrati e poliziotti, nessuno sa con certezza chi siano stati gli artefici di questa infamia.

Tutto ciò che si sa è che c'è stata la profanazione del cimitero ebraico, che c'è stata una "montatura", poiché il cadavere del signor Germon non era stato impalato, come riconobbero gli inquirenti qualche giorno dopo. Ci si può allora domandare: chi aveva interesse a questa "montatura" per accrescere l'orrore del fatto ed eccitare l'odio dell'opinione pubblica?

Lo stesso metodo fu praticato a Timisoara, dove si prelevarono dall'obitorio alcuni cadaveri affinché le fotografie divulgate nel mondo intero scatenassero ancora più odio e indignazione contro i pretesi massacri di massa.

Jean Marie Domenach (ex direttore della rivista "Esprit") scriveva su "Le Monde" del 31 ottobre 1990, sotto il titolo Silenzio su Car-pentras: "Eccoci a 6 mesi dalla profanazione del cimitero ebraico di Carpentras [...]. Sei mesi dopo non sappiamo ancora chi sono i criminali. Cosa ancor più inquietante: i media, che avevano fatto di questo abominevole avvenimento uno scandalo tale da portare sulla strada centinaia di migliaia di manifestanti e da offuscare l'immagine della Francia all'estero, non hanno cercato di prendere in mano le redini dell'inchiesta e tacciono. Nessun parlamentare, nessuna autorità morale o intellettuale osa interpellare il governo.

"Carpentras sembra essere entrata definitivamente nella leggenda nera della nazione, senza che nessuno conosca i colpevoli e senza che si sappia esattamente che cosa è successo. Nessuno può o nessuno osa ancora dire la verità su Carpentras".

Lo strano silenzio su Carpentras denunciato da Jean Marie Dome-nach contrasta con la grancassa mediatica dei primi giorni.

Alla manifestazione organizzata il 14 maggio 1990 ottantamila persone secondo la polizia, 200.000 secondo gli organizzatori, avevano sfilato a Parigi e il campanile di Notre Dame aveva suonato in loro onore.

In realtà nessuno sapeva chi fossero gli autori dell'infamia di Car-pentras.

Allora contro chi manifestavano? Contro chi? Soltanto l'inchiesta avrebbe potuto dirlo, ma non l'ha detto.

Ma a favore di chi?

La cosa era evidente: la bandiera d'Israele sventolava in testa alla manifestazione.

Questa strana "Unione Nazionale" nel corso della manifestazione, con Georges Marchais che stringeva ostentatamente la mano di François Léotard, permetteva di lanciare un attacco globale contro chiunque mettesse in dubbio i dogmi in base ai quali Israele sarebbe al di sopra di tutte le leggi internazionali.

Il gran rabbino Sitruk, che pronunciò l'allocuzione definendo il significato della manifestazione, poteva esclamare: "Non lasciamo che si parli a vanvera. Diamo una lezione ai professori "revisionisti"e agli uomini politici irresponsabili".

Fonte: "Méridional", 14 maggio 1990


Tuttavia la verità sulla profanazione di Carpentras non è ancora stata stabilita, perché, tra tutte le piste suggerite agli inquirenti, una sola, la più verosimile, è stata esclusa.

Perchè fu imposto il silenzio a coloro che avrebbero potuto essere i testimoni più utili?

"Il guardiano della sinagoga di Carpentras e possessore della chiave del cimitero, Kouhana, che era stato uno dei primi a scoprire il corpo di Félix Germon, rifiuta di parlarci: "Nemmeno se voi foste il prefetto, ho ricevuto l'ordine di non dire niente".

"Il presidente del Concistoro gli ha vietato di parlare "perchè egli avrebbe potuto dire chissà che cosa alla televisione", spiega il dottor Freddy Haddad, egli stesso molto reticente nell'evocare la profanazione, al pari del rabbino Amar".

Fonte: Michel Letereux e Michel Brault, "Var Matin", 15 aprile 1995


Perché il rabbino di Carpentras, cui si domandava se il luogo sarebbe stato risantificato, rispondeva: "Non è di mia competenza"? E il presidente del Concistoro: "Ciò non ha alcuna ragione di essere"? E il sindaco: "Non mi è stato chiesto nulla"?

Fonte: Art. cit.

Perché nessun giornale francese ha ricordato il precedente di una analoga profanazione avvenuta nel cimitero israeliano di Rishon Letzion, vicino a Tel Aviv, nella notte del 2 marzo 1984? Il corpo di una donna era stato dissotterrato e gettato fuori dal cimitero ebraico. "Atto barbaro di antisemitismo" dichiararono subito le comunità ebraiche del mondo intero.

Qualche giorno più tardi la polizia israeliana, a seguito dell'inchiesta, rivelò il vero significato di questa abiezione: il cadavere così ver-gognosamente trattato era quello di Teresa Engelowicz, moglie di un ebreo, ma di origine cristiana. Gli integralisti ebraici consideravano la sua presenza nel cimitero contraria alla purezza del luogo e il rabbino di Rishon Letzion ne aveva già reclamato la riesumazione.

Perché nessun giornale francese ha ricordato questo parallellismo? Félix Germon, il cui cadavere era stato anch'esso dissotterrato e usato per la sinistra "montatura", era anch'egli colpevole di avere sposato una cristiana e il suo cadavere fu trasportato su una tomba vicina, quella di Emma Ullma, colpevole di avere sposato un cattolico?

Perchè nessuno ha ricordato che, per sostenere come prima di Israele la Palestina fosse un deserto, centinaia di villaggi sono stati rasi al suolo dai bulldozer con le loro case, i loro recinti, i loro cimiteri e le loro tombe?

Fonte: I. Shahak, Le racisme de l'État d'Israël, cit., pp. 152 s.

All'indomani della "Giornata della democrazia" alcuni studenti del-l'Università ebraica di Gerusalemme hanno posto la vera domanda: "Perché non protestate quando sapete che la rue Agron di Gerusa-lemme e l'Hotel Hilton di Tel Aviv sono costruiti su cimiteri musulmani distrutti?".

Fonte: Gli studenti dell'organizzazione socialista Matzpen,
P.O.B. 2234, Gerusalemme



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Roger GARAUDY, I miti fondatori della politica israeliana, Graphos, 1996, Traduzione di Simonetta Littera e Corrado Basile.
Graphos, Campetto 4, 16123 Genova.


"Israele come stato ebraico costituisce un pericolo non solo per se stesso e per i suoi abitanti, ma per tutti gli ebrei e per tutti gli altri popoli e stati del Medio Oriente e anche altrove."

- Prof. Israel Shahak, ebreo israeliano e direttore della lega israeliana per i diritti umani e civili


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